domenica 13 aprile 2008

Quarta meditazione

2.2. Non si da amore per Dio a prescindere dall'uomo

E' anche vero che non si dà amore per Dio senza amore per l'uomo. Non è in discussione l'atto di amore verso Dio, quasi che questo passi attraverso le opere di carità verso il prossimo, a discapito dell'amore di Dio e delle espressioni e dei momenti in cui esso prende corpo[1].
Abbiamo già evidenziato come la carità di Dio in noi susciti primariamente il nostro amore per Dio. Ma non senza l'amore per il prossimo. L'amore per Dio, lungo tutto il messaggio neotestamentario, passa imprescindibilmente attraverso l'amore per il prossimo.
Già l'esiguo numero di testi sull'amore per Dio in tale messaggio[2], rispetto ai numerosi richiami all'amore per il prossimo, è indice di come non possa questi essere ricercato indipendentemente dall'amore dell'uomo.
Nell'annuncio di Gesù e nella predicazione apostolica sono evidenti i riferimenti di gran lunga prevalenti all'amore del prossimo e l'insistenza sulla inseparabilità dell'amore per Dio dall'amore per gli uomini.
Questa inseparabile connessione fa sì che l'amore del prossimo sua una conseguenza dell'amore di Dio.
A. Anzitutto una relazione di conseguenza: «Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratello» (1Gv 4,21). L'imperativo segue l'indicativo della paternità di Dio e della figliolanza dell'uomo, che suscita l'amore filiale per il Padre e di conseguenza l'amore fraterno: «Chi ama colui che ha generato ama anche chi da lui è stato generato» (1Gv 5,1).
Si tratta di una implicazione intrinseca alla logica dell'amore: l'amore per il Padre deve esse seguito dall'amore per i fratelli.
La paternità di Dio suscita l'osservanza del suo comandamento. «In questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti» (1Gv 5,3; cf 2Gv 6). Ora, «questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1Gv 3,23).
La predicazione di Giovanni, riflette il kerigma di Gesù, fa scaturire l'amore tra i discepoli dall'amore per lui, amato come Dio e Signore: «se mi amate, dice Gesù, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15); «chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14,21); oppure «questo è il mio comandamento: che vi amiate reciprocamente» (Gv 15,12; cf 13,34; 15,17).
L'amore per Gesù suscita nei discepoli l'amore vicendevole che diventa espressione di fedeltà alla sua volontà.
L'amore vicendevole non è soltanto conseguenza dell’esigenza irrinunciabile dell'amore per Dio, ma il criterio di verità. Un amore per Dio e per Gesù Cristo, incurante dei fratelli, rischia il verbalismo di chi dice «Signore, Signore!», ma non adempie la sua volontà (cf Mt 7,21), o anche il cultualismo di chi presume presentare la propria offerta a Dio senza prima riconciliarsi col proprio fratello (cf Mt 5, 23‑24).
L'amore fraterno è il comandamento primordiale (cf 1Gv 2,7; 3,11), in cui l'amore per Dio si fa visibile: «Se uno dicesse: "Io amo Dio" e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratello» (1Gv 4, 20‑21).
La verità del nostro essere cristiano è data dall’amore per Dio e per Gesù Cristo reso autentico dall'amore per il prossimo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 10,34). Ne consegue che la verità della fede, che configura il cristiano, è data dalla sua operosità nell'amore del prossimo (cf Gal 5,6), concretamente dimostrata da opere di carità (cf Gc 2,14‑26), perché «la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26).
Per Giovanni la vita cristiana si riassume nell'imperativo «rimanete in me» (Gv 15,4.5.6), «rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Il «rimanere» è l’indicativo di un rapporto di comunione, di una relazione con Cristo, realizzabile solo con l'osservanza dei suoi comandamenti: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10), e «il mio comandamento è questo: che vi amiate reciprocamente» (Gv 15,12).
«L'imperativo "rimanete in me" si risolve nell'imperativo "amatevi reciprocamente" »[3].
Giovanni, poi, assume a modello la carità di Cristo: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l'amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua ma coi fatti e nella verità.
Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri» (1Gv 3,16‑19).
L'amore per il prossimo, in cui si riassume il comandamento di Dio, non solo non sopprime l'amore per Dio, ma gli dà credibilità, sottraendolo ad un falso misticismo: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi» (1Gv 4,12).
L’amore di Dio, che raggiunge la perfezione nell'amore fraterno, è l'amore che viene da Dio e suscita in noi l'amore per lui e per i fratelli[4].
«Immagine e riflesso di Dio» (1Cor 11,7; cf Gn 1,27) e «conforme all'immagine del Figlio suo» (Rm 8,29; cf Col 3,10), il fratello mi mostra il volto invisibile di Dio e di Cristo. Per questo l’amore di Dio si fa visibile e credibile nell'amore per i fratelli[5].
Cristo si fa prossimo a noi nell'indigenza del fratello che c'interpella: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me» (cf Mt 25, 34‑40).
Donare al fratello è donare a Cristo![6].
L'inseparabile connessione dell'amore del prossimo con l'amore di Dio raggiunge qui la sua massima espressione[7].
Quando Giovanni fa dell'amore del prossimo il comandamento nuovo (cf Gv 15,12; 13,34; 1Gv 2,8; 2Gv 4‑6) e Paolo riassume in esso tutta la morale (cf Rm 13,8.10; Gal 5,14), non è perché il prossimo sovrasta e soppianta Dio, ma perché nel prossimo si ama Dio[8].
Afferma Rahner: «è vero in senso radicale, cioè per una necessità ontologica, non soltanto "morale" o "psicologica", che chi non ama il fratello che "vede", non può amare nemmeno Dio che non vede, e uno può amare Dio che non vede soltanto amando intensamente il fratello che vede»[9].
La carità dà un'impronta teologale a tutte le nostre disposizioni relazionali. Si pensi, per esempio, all'atteggiamento dei ricchi stigmatizzato dal vangelo come durezza, alterigia e disprezzo nei confronti del prossimo e orgoglio nei confronti di Dio.
Al contrario la povertà, «che è anzitutto uno stato d'indigenza e di dipendenza nei riguardi degli altri, diventa progressivamente atteggiamento dell'uomo davanti a Dio,... un'apertura ai suoi doni che legano definitivamente l'uomo a Dio»[10].
L’amore per il fratello non è altro che un amore riconoscente all'amore con cui Dio ama l’umanità.
La carità è: amore di Dio in me, che ritorna a Dio nell'amore del fratello.
L’amore per Dio che ignora o esclude il fratello è come il talento della parabola (cf Mt 25, 14‑30), ricevuto e riconsegnato senza frutto, senza gratitudine. Un amore per Dio che fruttifica in opere di carità è invece amore grato e gradito a Dio: «Adorazione del Padre in spirito e verità» (Gv 4,23).
[1] RAHNER K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 395).
[2] Cf PENNA R., Solo l'amore non avrà mai fine. Una lettura di 1Cor 13 nella sua pluralità di senso, in La carità. Teologia e pastorale alla luce di Dio‑Agape op. cit., p. 30; DE LA POTTERIE I., L'amore per Dio‑Padre fonte dell'amore per i figli di Dio, in Amerai Dio e il prossimo tuo, op. cit., pp. 197‑198).
[3] MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amato, op. cit., p 165.
[4] Cf PRETE B., Lettere di Giovanni, op. cit., p. 87.
[5] RAHNSR K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 393).
[6] Cf LOCHET L., Charité fraternelle et vie trinitaire, in Nouvelle Revue Théologique 88(1956), pp. 116‑120.
[7] RAHNER K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 408; cf anche pp. 405‑410).
[8] S. Agostino, De Trinitate, VIII, 7 10, PL 42, 957).
[9] RAHNER K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 410.
[10] Cf LOCHET L., Charité fraternelle, op. cit., p. 119, PIGNA A., Carità, in Dizionario enciclopedico di spiritualità, Roma 1990, vol. I, p. 439.

sabato 12 aprile 2008

Terza meditazione

2. Una sola carità

Definire con San Tommaso la carità come «amicizia dell'uomo con Dio» è rilevarne la natura ontologica e quella morale: riconoscerla, cioè, come modo di essere e dover‑essere. Chiamando l’uomo per mezzo di Cristo, nello Spirito, alla comunione trinitaria, Dio lo abilita alla carità teologale.
La carità ontologica trinitaria è l'origine e la fonte della carità morale. Dire con Giovanni che «la carità è da Dio» (1Gv 4,7) vuol dire che essa ci fa capaci di quell'amore con cui Dio ci unisce in modo filiale a sé. La stessa carità mi fa essere in comunione filiale con Dio e mi induce ad amare[1].
La carità è amore per Dio: amore con cui l'uomo assente alla carità di Dio[2]. Si tratta della prima esigenza della «legge», espressione di fedeltà all'elezione e alleanza divina (cf Dt 6,5), indicata da Gesù come il «primo» comandamento, che assorbe interamente l'uomo, impegnandolo totalmente: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» (Mc 12,30).
L'oggetto di questo amore, incomparabile nel suo assoluto valore, polarizza la libertà in modo unico e pieno: «L'uomo deve amare Dio al di sopra di tutto e appartenergli totalmente»[3].
Si tratta un «amore di adorazione e di appartenenza esclusiva (cf Mt 6,24): amare Dio, è essergli consacrato e servirlo fedelmente»[4].
I salmi cantano questo amore: «Ti amo, o Signore, mia forza» (Sal 18,2); «Amo il Signore, perché ascolta la voce della mia preghiera» (Sal 116,1). E invitano ad amare Dio: «Amate il Signore, voi tutti suoi santi!» (Sal 31,24). Nei profeti quest'amore assume la forma della fedeltà della sposa, del figlio, della pecorella, al Dio che si offre come sposo, padre e pastore.
Nel Nuovo Testamento «l'amore per Dio» (2Ts 3,5) è sintonizzato dallo Spirito sull'amore del Figlio per il Padre (cf Gv 14,31): «Abbiamo ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!» (Rm 8,15; cf Gal 4,4.6).
La carità è amore filiale al Padre. In quanto il volto del Padre risplende sul volto del Figlio, e il suo amore ci è donato nel Figlio, l'amore per Dio è anche amore per Cristo e per entrambi in uno (cf Mt 10,37; Lc 14,26; Gv 21,15‑17; 1Cor 16,22; Ef 6,24; 1Gv 5,1).
L'amore primario per Dio prende forma nella preghiera, in tutte le sue espressioni. Pregare è porsi in dialogo tematico d'amore con Dio.
Al tempo stesso la carità di Dio in noi è amore per il prossimo. L'amore per Dio e per il prossimo costituiscono per Giovanni un solo comandamento divino (cf 1Gv 4,21). In Luca esprimono l'esigenza unica per ereditare la vita (cf Lc 10,25‑28). Per Matteo il precetto della legge mosaica: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18) è comandamento «simile al primo»: dunque allo stesso livello dell'amore per Dio e a esso indivisibilmente congiunto, talché da entrambi insieme «dipende tutta la legge e i profeti» (cf Mt 22, 34‑40).
Per Marco le due esigenze della legge insieme costituiscono il «comandamento più importante» e la garanzia di appartenenza al regno (cf Mc 12, 28‑34).
Amicizia dell'uomo con Dio, la carità è relazione amorosa con Dio e con tutti i chiamati alla comunione con lui. In questo con essere d'amore trinitario, noi siamo costituiti in Cristo nella comunione spirituale non solo con il Padre ma con tutti i figli del suo amore. Per cui un'unica carità unisce e induce ad amare Dio e i figli di Dio. La carità di Dio in noi è amore filiale e fraterno.
Non ci sono due carità, perché una è la carità di Dio, che ci pone in comunione di essere e di agire con Dio e con i figli di Dio. «La carità che ama il prossimo, scrive Sant'Agostino, non è diversa da quella che ama Dio. Non c'è una seconda carità. Con la stessa carità con la quale amiamo il prossimo amiamo anche Dio»[5].
L'unica carità è in noi principio dell'amore di Dio e del prossimo. Indivisibilmente: l'uno non senza l'altro, così che non si dà amore per l'uomo senza Dio, né si dà amore per Dio a prescindere dall'uomo.

2.1. Non si dà amore per l'uomo senza Dio

Anzitutto, non si dà amore per l'uomo senza Dio. In Dio s'illumina il mistero dell'uomo: se ne comprendono il valore e le esigenze di rispetto e di relazione che suscita. In Dio egli è per me altro, prossimo, fratello e perciò amabile e doverosamente tale, dell'amabilità disinteressata ed esigente del vangelo.
La teologia s'è espressa a riguardo affermando che la carità ama il prossimo in Dio e per amore di Dio. Ciò significa che Dio, e il suo amore, oltre che origine e fonte, è motivo e fondamento dell'amore del prossimo. Questi consistono nella paternità di Dio che nel Figlio rende suoi figli gli uomini, unendoli a sé col dono e nella comunione dello Spirito Santo.
In questa comunione trinitaria io sono in relazione a Dio con tutti i figli di Dio. Questi mi appartengono e tale appartenenza definisce come carità la mia relazione a essi: io li amo perché Dio li ama come ama me, unendoci a sé (come suoi figli) e tra noi (come fratelli).
Quest'amore di Dio, che ci relaziona a lui e tra noi, muove la nostra carità vicendevole: «Se Dio ci ha amati, così argomenta Giovanni, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Gv 4,11): l'amore originario e primario di Dio è il motivo fondante ed esigente la carità fraterna.
Non abbiamo ancora corrisposto alla carità di Dio per noi, con il solo amore per Dio. È sorprendente e significativo che Giovanni, dall'amore di Dio per noi, non derivi espressamente, come ci saremmo aspettati, l'esigenza di amare Dio, ma quella di amarci tra noi. Così come lo stesso Giovanni, parlando del comandamento nuovo, lo formula non come amore di Dio e del prossimo, ma soltanto come amore del prossimo (cf Gv 13,34), così da diventare questo «il» comandamento (cf Gv 15,12; 1Gv 3,11.23), l'unico comandamento (cf Gv 15,19; 2Gv 5).
Ugualmente Paolo, quando riassume nell'amore del prossimo tutta la legge (cf Gal 5,14), e Giacomo quando ne fa «il più importante dei comandamenti» (Gc 2,8). Ora, questa condensazione della carità nell'amore del prossimo non significa minimizzazione, dimenticanza o subordinazione dell'amore di Dio, ma persuasione e considerazione teologale dell'amore del prossimo.
Questo non è un'opportunità dettata da sentimenti, convenienze o convenzioni, ma esigenza dell'amore di Dio per noi ed espressione della nostra fedeltà e gratitudine a Dio: l'amore per il prossimo s'iscrive nel dialogo d'amore che ci unisce a Dio.
Per Giovanni, chi ama il prossimo è nell'economia dell'amore di Dio e non prescinde da Dio: «Amiamoci gli uni gli altri, perché l'amore è da Dio. Chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio... Perché Dio è amore» (1Gv 4, 7‑8). Questo significa che chi ama veramente, proprio perché ama veramente, è in relazione filiale con Dio e ne fa l'esperienza, perché Dio è amore; e l'amore quando c'è ed è vero è da Dio[6].
E’ per questo che chi ama veramente è in Dio e ama per amore e con l'amore di Dio. L'amore evangelico del prossimo è sostenuto e motivato da Dio e dal suo amore. Non si ama per piacere o per hobby; si ama per fede, riflessa o irriflessa, tematica o atematica, nell'Amore che muove il nostro amore per gli altri e ritorna sempre a lui[7]. Dio è sempre il motivo ispiratore e intenzionale dell'amore, quale che sia la coscienza che l'uomo ne ha[8].
Non si dà un amore ateo o agnostico del prossimo: non sarebbe vero amore[9] e amore secondo il vangelo; in una parola, non sarebbe carità. Secondo Paolo si possono distribuire tutte le proprie ricchezze ai poveri e tuttavia non avere la carità (cf 1Cor 13,3).
[1] MAGGIONI B., La prima lettera di Giovanni, Assisi 1984, p. 162.
[2] GATTO S., Carità, in Dizionario del concilio ecumenico Vaticano secondo, Roma 1969, p. 676).
[3] MAGGIONI B., La prima lettera di Giovanni, op. cit., p 168.
[4] SPICQ C., Charité et liberté, op. cit., p. 40.
[5] S. Agostino, Sermo 265, VIII, 9; PL 38, 1223.
[6] Cf PRETE B., Lettere di Giovanni, Roma 1973, p. 85.
[7] S. Agostino, De Trinitate, VIII, 8, 12 PL 42, 958.
[8] RAHNER K., Unità dell'amore di Dio e del prossimo, in Nuovi saggi, op. cit., vol. I, p. 394).
[9] E’ in Dio e nel suo amore che l'amore è vero e perciò incondizionato, universale e totale: Dio è in tutto ciò che di assoluto c'è nell'amore, ed è in lui che l'amore è tale.

venerdì 11 aprile 2008

Seconda meditazione

1.2. La carità effusa nei nostri cuori

L'altro «luogo» d'incontro della carità di Dio è il battesimo e per esso tutti i sacramenti della grazia. La carità non ci è soltanto configurata dalla croce di Cristo. Essa non ci sta semplicemente davanti come modello da contemplare e riprodurre nella vita cristiana e come referente di valori e normativo della libertà morale. «La carità di Dio è stata effusa nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).
La carità di Dio, che si è manifestata nella croce di Cristo, è effusa dal Risorto, per il dono dello Spirito, nel cuore dei credenti. La missione rivelatrice e meritoria del Figlio è portata a compimento dalla missione interiorizzatrice ed edificatrice dello Spirito. «L'amore di Dio, del "Dio dell'amore", che è giunto a noi nell'amore di Cristo, si partecipa come la "carità dello Spirito" »(Rm 15,30)[1].
La carità sussistente in Dio, lo Spirito Santo che procede dall'amore del Padre e del Figlio e donato a noi dal Padre per mezzo del Risorto[2], è in noi carità dono costitutiva del nostro essere figli e forza per il nostro dover‑essere come libertà di carità. Costituiti dallo Spirito nella corrente d'amore che unisce il Padre e il Figlio (cf Gv 14,20) siamo fatti capaci di amare: «Questo amore trinitario, se così possiamo dire, desta e opera la nostra carità»[3].
Configurato in modo ontologico a Cristo, il nostro essere «trova il suo statuto ontologico nella forma di esistenza del Figlio che si esprime... come dono che viene dal Padre, che si accetta come dono e che si realizza come risposta vivente a questo dono»[4].
In altre parole, l'essere pro‑esistente del Figlio rende, per consacrazione battesimale, anche la nostra vita pro‑esistente. Il nostro uomo vecchio e carnale, egoisticamente centrato su se stesso, è convertito nell'uomo nuovo e spirituale, ricreato nella carità di Cristo. Questa è insieme la nuova essenza che definisce l'essere e i nuovi valori che normano e muovono la libertà del cristiano.
Il vangelo della carità, quale si è manifestato nella croce di Cristo, è parola e «spirito di vita» (Gv 6,63) che penetra in profondità il nostro essere, disponendolo al dover‑essere di carità e abilitandolo alla carità della croce.
La carità dello Spirito in noi è la carità testimoniata dalla croce di Cristo: «Lo Spirito grida a noi, attraverso l'evangelo, la carità di Cristo e ci attira ad essa»[5].
La Parola esprime lo Spirito e lo Spirito interiorizza la Parola: il vangelo della carità rivela a noi la carità dello Spirito e la carità dello Spirito approfondisce in noi il vangelo della carità. Senza lo Spirito la croce resta chiusa nel suo passato, potendo incidere solo come memorabile esempio.
Per lo Spirito del Crocifisso‑Risorto, la croce entra nella storia e si fa presente nell'oggi del cristiano e della Chiesa: la carità del Crocifisso ci raggiunge personalmente, pervadendo il nostro essere e il nostro agire[6].
La carità di Cristo diventa, così, la carità del cristiano.
Ciò, da un punto di vista morale ha due essenziali implicazioni.
A. La prima è che il vangelo della carità è la nuova legge o legge della grazia che lo Spirito scrive nel cuore dell'uomo. La scrive nel profondo dell’essere nuovo in Cristo e conformazione filiale col Padre, che suscita il dover‑essere d'amore del Crocifisso.
La carità morale è irradiazione esigente della carità ontologica: questa muove come amore tutta la libertà del cristiano. Ciò comporta che la carità non possa considerarsi come un dovere facoltativo e riducibile per il cristiano. La conformazione battesimale alla carità pasquale di Cristo significa che tutta la sua carità diventa la nostra carità. La carità di Cristo è fortemente esigente: ci prende totalmente e c'incalza (cf 2Cor 5,14).
B. La seconda implicazione è che la carità della croce è possibile: per quanto esigente e sofferta, essa è intensivamente realizzabile. Perché il cristiano non conta su di sé, ma sull'azione liberante e abilitante dello Spirito. La carità di Cristo in noi non è opera nostra ma «frutto dello Spirito» (Gal 5,22): «Dio ci ha dato uno Spirito di carità» (2Tm 1,7).
Virtù teologale, la carità non è acquisita dall'uomo ma infusa dalla grazia. Lo Spirito spoglia il cristiano dell'uomo vecchio e carnale, sottraendolo al dominio egoistico dell'io, e gli dà l'essere e il dover‑essere d'amore dell'uomo nuovo e spirituale. «Lo Spirito di Cristo infatti penetra interiormente l'uomo, diffondendo l'amore nei cuori (Rm 5,5)[7].
Già sul piano umano, noi vediamo come non è possibile amare, e così pervenire alla libertà, senza essere amati: è attraverso autentiche esperienze d'amore che l'uomo supera l'egocentrismo e il narcisismo infantile e raggiunge, nell'apertura dell'amore, la maturità dell'adulto.
Dalla storia della salvezza noi sappiamo come l'uomo è prepotentemente condizionato dalla forza devastante del peccato, che è però infranta dall'amore del Crocifisso‑Risorto, donato a noi per il dono dello Spirito[8].
Nello Spirito noi facciamo la straordinaria esperienza di essere amati da Dio, «l'amore col quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26), e perciò di essere costituiti amanti.
E questo il cristiano: un amante perché amato!
Amante dell'amore stesso di Cristo, che lo costituisce e abilita alla sua carità. Nessun egoismo, nessun odio, nessuna ingiustizia, per quanto grandi, resistono a questo amore. Costituita nell'amore del Crocifisso Risorto, in esso la libertà cresce e si rafforza, come progressivo lasciarsi fare dalla grazia liberante e abilitante dello Spirito.
L'effusione battesimale dell'amore di Dio nei nostri cuori, per il dono dello Spirito, introduce il cristiano nell'economia sacramentale della carità dono, efficacemente significata da ciascun segno della grazia.
Anzitutto i sacramenti che completano l'iniziazione cristiana: la confermazione nella carità battesimale, che suscita la missione e la testimonianza, e l'eucaristia.
Nel segno del pane e del vino, Gesù ha racchiuso tutta la carità della croce: è il sacramento del corpo dato e del sangue versato «per noi», ossia dell'amore senza limiti che porta Gesù a offrire la sua vita.
Celebrare nel segno del pane spezzato e del vino condiviso il memoriale della Pasqua significa entrare in contemporaneità con essa e, quindi, partecipare in modo vitale della carità del Crocifisso Risorto. L'eucaristia è assai più del ricordo di un amore insuperabile e della sua rivelazione. È la sua attuazione e comunicazione sostanziale.
Colui che si dà attraverso i segni del pane e del vino è Gesù stesso. Egli dona non qualcosa di sé, ma tutto se stesso: il suo riceversi dal Padre e donarsi a lui per noi, che definisce come carità la sua vita. Nel sacramento del corpo e del sangue di Cristo si compie la preghiera di Gesù al Padre «perché l'amore con cui mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26).
Questa inerenza eucaristica di Cristo in noi significa la nostra partecipazione all'amore del Padre per il Figlio e la nostra abilitazione a tradurre la fedeltà obbediente e testimoniante di Cristo. Nel memoriale della Pasqua la carità del Crocifisso passa nella nostra vita, operando un decentramento dell'io del cristiano, che lo costituisce in libertà e fedeltà di abnegazione, oblatività e comunione.
La comunione con il corpo e il sangue di Cristo per noi significa il nostro diventare pane spezzato, offerto a Dio per la vita del mondo[9].
Non dimentichiamo che «l'amore che ci è comunicato ha la sua sorgente nella vita trinitaria[10].
L'eucaristia è il sacramento della carità di Dio sgorgante dalla croce di Cristo, che intensifica la nostra carità come essere ecclesiale e sociale e dover‑essere d'amore in tutte le espressioni ed esigenze operative.
L'effusione pneumatica dell'amore di Dio è completata dagli altri sacramenti che segnano il vissuto cristiano. In relazione al peccato che interferisce come deviazione o inversione del vissuto caritativo cristiano, il sacramento della penitenza significa la conversione alla carità e la riconciliazione in essa.
In rapporto poi a condizioni o stati di vita del cristiano, la carità viene specificamente partecipata dal sacramento dell'unzione degli infermi: come singolare comunione all'amore sofferente e pieno di speranza del Crocifisso; dal sacramento dell'ordine sacro: come ministeriale conformazione alla carità sacerdotale di Cristo; e dal sacramento del matrimonio: come partecipazione dell'unione dell'uomo con la donna alla carità sponsale di Cristo e della Chiesa.
Siamo nell'economia della grazia, non della legge!
La carità non è precetto subìto coattivamente: è dono di salvezza, che muove come compito e fedeltà la libertà. Carità è essere amati da Dio: amore di Dio che costituisce amanti.
Amare è irradiare ed effondere la carità di Dio che è in noi: è fedeltà a Dio, al suo amore; e fedeltà a se stessi: all'amore di Dio in me, a ciò che il suo amore ha fatto di me[11]. E’ per questo che ogni rifiuto d'amare non è mera trasgressione di un comandamento, ma atto che disconosce (in sé) e decostituisce (in me) dell'amore di Dio.
«Noi amiamo perché egli ci ha amati» (1Gv 4,19): l'amore è interiore esigenza dell'essere amati da Dio, che muove come fedeltà, habitus di carità, la nostra libertà.
[1] SCHLIER H., Per la vita cristiana, op. cit., p. 90.
[2] Cf BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. III, p. 620.
[3] SCHLIER H., Per la vita cristiana, op. cit., p. 90.
[4] BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. III, p. 541.
[5] SCHLIER H., Per la vita cristiana, op. cit., p. 91.
[6] BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. II, p. 454.
[7] BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. III, p. 548.
[8] GEVAERT J., Il problema dell'uomo. Introduzione all'antropologia filosofica, Torino‑Leumann 19814, p. 168.
[9] DAGENS C., L'Eucharistie, sacrement de la charité, in La charité aujourd'hui, op. cit., pp. 156‑158.
[10] Ivi, p. 158.
[11] «Il possesso e l'esercizio della carità è per i figli di Dio... una necessità interna del loro stesso essere..., animato non più dal néphesh adamitico, ma da un nuovo soffio di vita che è il pnèuma di carità» (SPICQ C., L'«agape» nella vita e nella morale cristiana, in Asprenas 15(1968), p. 125).

giovedì 10 aprile 2008

La carità del cristiano

Introduzione

La carità trinitaria è fondamento morale della carità del cristiano. La carità, essenza della vita divina e costitutivo dell'essere cristiano, illumina la coscienza e muove la libertà perché si realizzi nella carità. La carità è la legge del dover‑essere della coscienza e della libertà cristiana.
La carità è la norma nuova, superiore e unifica di tutta la legge, e la virtù che deve plasmare e dirigere la libertà cristiana. «Camminate nella carità nel modo che anche Cristo vi ha amato» (Ef 5,1): è l'imperativo morale che consegue all'indicativo dell'essere nella carità di Dio.
Per Giovanni è il «comandamento nuovo» (Gv 13,34; 1Gv 2,8), espressione della novità di vita iniziata dal Signore. Si tratta di un comandamento-compito, non di un precetto: è infatti designato col termine entolé, che esprime un'esigenza di rivelazione e di grazia, che dà significato l’intera esistenza cristiana. A differenza del termine nomos, che indica una legge che prescrive l’agire esterno[1].
La carità è la fedeltà morale dell'essere nell’amore: l’agire nella carità di Dio che è in noi.

1. La carità è da Dio

La carità non è l'amore semplicemente umano: un affetto, una benevolenza, una filantropia, una solidarietà... acquisita o prodotta dall'uomo. Non è pura espressione ed esigenza di convivenza, comunicazione e socialità umana.
Dio, che è carità, rende partecipe l'uomo all'essere divino. «Dio è carità» (1Gv 4,8.16): questa è l'essenza e il centro sorgivo di tutto. Pertanto «la carità è da Dio» (1Gv 4,7): il cristiano non ama con il suo amore, ma con l'amore stesso di Dio di cui è partecipe. La carità di Dio in noi è dono.
Due sono i «luoghi» in cui la carità di Dio si offre all'uomo e questi ne diviene partecipe: la croce e il battesimo, espressioni rispettivamente della missione del Figlio e dello Spirito.

1.1. La carità donata sulla croce

Anzitutto la croce: «Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). La croce è la sintesi e il culmine della missione d’amore di Cristo: rivelazione donante dell'amore di Dio. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16; cf 1Gv 4,10; Rm 8,32).
Il dono del Figlio, il prediletto, è l'espressione massima e anche ultima e definitiva della carità del Padre. Nella vita pro‑esistente di Cristo si fa effettivamente presente l'amore redentore di Dio. Gesù Cristo è l'amore incarnato che penetra nel mondo dell'uomo come nuovo germe di vita: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Il suo chinarsi su tutte le miserie umane, fisiche e morali, è l'espressione categoriale, nei vangeli, di quest'amore di Dio che si fa presente e operante nella sua persona. L'insegnamento che accompagna l'azione di carità del Cristo è la rivelazione del volto amorevole di Dio, come quello del Pastore in cerca della pecora perduta (Mt 18,12‑24; Lc 15,4‑7), del Padre che si fa incontro al figlio prodigo (Lc 15,11‑32), che colma dei suoi benefici buoni e cattivi, giusti e ingiusti (Mt 5,45) e si preoccupa amorevolmente dei suoi figli (Mt 6,28‑34; Lc 12,27‑31).
Questo volto amorevole del Padre si fa visibile nell'umanità di Gesù, il Figlio dato per amore (cf Gv 3,16): «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18; cf 12,45). Nel cuore di Cristo batte il cuore di Dio: l'amore accogliente e obbediente del Figlio è la trascrizione storica e percettibile dell'amore sorgivo e donante del Padre[2].
«Come il Padre ha amato me, cosi anch'io ho amato voi» (Gv 15,9): l'amore con cui il Padre ha amato il Figlio è l'amore donato dal Figlio a noi. Quest'amore prende forma in tutta l'esistenza di Cristo per noi:
- nell'incarnazione: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7);
- nella missione: «passò beneficando e sanando tutti» (At 10,38);
- nella croce: «li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
«In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9): il Figlio donato per la nostra vita è il tutto della carità di Dio. Il dono della vita in ubbidienza al Padre per noi è il tutto della carità testimoniante del Figlio: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
L'espressione più alta della carità è l'amore che si perde per l'amato: l'amore che non solo dona, ma che si fa dono. Gesù vive la sua morte come dono della vita.
Si tratta della rivelazione massima dell'amore: «Il Figlio di Dio ci ha amato... fino alla consumazione (Gv 13,1) raggiunta sulla croce, allorché Gesù esclamò: "E’ consumato" (Gv 19,30): la vita donata per amore è giunta al compimento perfetto, all'espressione suprema»[3].
E' l'amore più grande: amore reale e forte come la morte (cf Ct 8,6)!
Contemplando la croce del Figlio di Dio fatto uomo, ogni cristiano deve ridire con l'ammirazione di Giovanni: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi» (1Gv 3,16); e con l'emozione di Paolo: «Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20)[4].
Raccontando la memoria di Gesù, il cristiano conosce l'amore e impara ad amare. Alla sua croce attinge l'inedito della carità: lo specifico cristiano dell'amore. Per questa fede «è in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità» della carità (cf Ef 3, 17‑18), non altrimenti deducibile, perché è l’amore «che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3,19), possibile solo come rivelazione e grazia. Esso prende forma nelle note caratterizzanti la carità della croce[5].
Anzitutto la totalità, come assenza d'ogni riserva, già messa in luce dal «fino alla fine», «sino alla consumazione» dell'Amore crocifisso.
In secondo luogo l'oblatività, quale amore pienamente gratuito sia nella sua origine (perché non motivato da nessun obbligo, né costretto da alcuna necessità: non avendo l'uomo da far valere alcun merito o diritto davanti a Dio), sia nella sua finalità (non essendo sollecitato da interesse o vantaggio alcuno).
La carità della croce è benevolenza pura: amore puramente donante (dell'amante) e immeritato (dall'amato). L'Apostolo lo mette in evidenza a chiare lettere: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio ha dimostrato il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,7‑8).
La totale gratuità del dono è anzitutto il perdono con cui i peccatori sono riconciliati nell'amore.
Con l'oblatività sta l'eccedenza della carità della croce, la cui grandezza sopravanza ogni bisogno umano. E’ amore non ritagliato sulle indigenze e necessità dell'uomo, ma sull'inaudita e incalcolabile generosità di Dio (cf 1Cor 2,9): sulla «straordinaria ricchezza della sua grazia» (Ef 2,7), che ci «è stata data in Cristo Gesù, perché in lui colmati di tutte le ricchezze» (1Cor 1, 4‑5; cf 2Cor 8,9).
L’amore del cristiano e della chiesa attinge forma e misura a questa sovrabbondanza della carità della croce, non a un ordine morale razionale, né ad un impulso soggettivo, né ad un progetto socio‑politico.
Altra nota riflessa dal Crocifisso è la pubblicità e trasparenza della carità. Gesù muore, dona la vita per amore, al cospetto del mondo. Luca e Giovanni evidenziano questo svolgimento pubblico, davanti a tutti, dello «spettacolo» della croce (cf Lc 33, 38‑39) cui «volgeranno lo sguardo» gli uomini di tutti i tempi (cf Gv 19,37).
«Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5, 14‑15).
L'amore più umile, silenzioso e pudico è il più aperto, luminoso e avvincente. E’ l'amore elevato sulla croce: segno trasparente e attraente della carità di Dio: «Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
Rileviamo da ultimo la concretezza e la missionarietà della carità manifestatasi sulla croce. In essa si compie l'incarnazione, il «per noi uomini e per la nostra salvezza»[6] della kenosi dell'Amore.
Nel «corpo dato» e nel «sangue versato» «per voi» (Lc 22,19‑20), il dono dell'amore raggiunge il limite ultimo di realizzazione: il suo farsi gesto e storia nel mondo esprime tutta la sua forza penetrativa e diffusiva (cf Gv 12,32).
L'amore più fedele a Dio, immolato in offerta sacrificale a Dio, è il più reale e aderente all'uomo. Questa concretezza sconcertante e disarmante della croce costituisce la sua forza missionaria: il «per noi» che rivela è il «per noi» coinvolgente e diffusivo della carità. E' un «per noi» che travalica tutti i confini, che rompe tutti i circoli chiusi, che raggiunge tutti gli uomini e coinvolge tutti i rapporti, perché ha l'ampiezza dell'universale carità di Dio.
La carità che irradia dalla croce di Cristo è la verità convincente del vangelo, che i cristiani e la Chiesa sono chiamati a riprodurre e testimoniare nel mondo.
[1] MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amati, op. cit., p. 159.
[2] «Il Padre è la realtà invisibile del Figlio, come il Figlio è la realtà visibile del Padre» (S. Ireneo, Adversus haereses IV, 6, 6; PG 7, 989).
[3] PANIMOLLE S.A., Così Dio ha amato il mondo, in Dio è amore (Parola Spirito e Vita 10), Bologna 1984, p. 146.
[4] SPICQ C., Charité et liberté selon le Nouveau Testament, Parigi 1964, p. 45.
[5] Cf Conferenza Episcopale Italiana, Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali per gli anni '90 (8 dicembre 1990), 21‑24.
[6] Simbolo costantinopolitano, in DS 150.

mercoledì 9 aprile 2008

La volontà del Padre

Chiunque vede il Figlio abbia la vita eterna!

Gesù parla, a più riprese, del fatto che, se egli è venuto in questo mondo, è venuto per eseguire un progetto del Padre suo. "Tutti quelli che il Padre mi dà si avvicineranno a me; e chi si avvicina a me con fede, io non lo respingerò". Egli sviluppa il tema della fede come iniziale comunione con la sua persona e iniziale appagamento del bisogno umano. L'evangelista per esprimere questi moti dell'amore tra il creatore e la creatura usa un'espressione spaziale: Dio in Cristo viene verso l'uomo e l'uomo, mediante la fede va, si accosta a Dio. Il Figlio è venuto dal Padre e con il Padre lavora per offrire salvezza per coloro che accoglieranno la loro unica Parola. "Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui, abbia la vita eterna". Risulta molto chiaro che l'animo del Cristo è pieno della volontà del Padre suo, e che si arresta solo davanti all'ostacolo della incredulità. L'esperienza ci dice quanto sia facile fare ciò che a noi piace fare, ritenendo arbitrariamente che questa sia la cosa che Dio ci chiede. Gesù invece si è sempre confrontato nella preghiera, nello sguardo diretto al Padre - "passava spesso le notti in preghiera" – con questa volontà paterna, dandoci un grandissimo insegnamento. Dobbiamo essere convinti che in un mondo abbastanza vagabondo, e noi non siamo da meno, la possibilità di salvezza – sarà sempre così - non è nelle mani dell'uomo, anche se la presume, ma è in quell'essere mandato, perché "io non perda nulla di quanto egli mi ha dato". Saremmo nella gioia se fossimo veramente convinti che il nostro Padre che è nei cieli ha questo progetto per noi, e che la nostra saggezza consisterà soltanto nel saperlo vivere.

martedì 8 aprile 2008

Sesta Meditazione

5. Essere nella carità: ontologia dell'essere in Cristo

Dio, il Padre, ci ha scelti in Cristo per «essere nella carità» (Ef 1,3‑4). Creato e ri‑creato in Cristo Gesù, l'uomo porta in sé l'impronta dell’amore di Cristo.
Cristo dall'eternità è il Figlio che si riceve dal Padre e a lui si offre nella comunione dello Spirito Santo. Egli ha il volto dell'amore accogliente e offerente. Non l'essere‑in‑sé e per‑sé ma l'essere‑con e per identifica la persona di Gesù[1].
Prima ancora che atto di libertà morale, la carità di Cristo è espressione ontologica di coessere e pro‑essere[2].
Egli esiste in sé come apertura e dono di sé[3]. In Gesù si manifesta il volto estatico di Dio[4].
In lui noi riconosciamo e professiamo che Dio è amore, in lui siamo creati dall'amore e nell'amore.
L'amore non è solo il compito e lo scopo della nostra vita ma il costitutivo dell'essere‑in‑Cristo[5].
Il carattere impresso dal battesimo in noi è l'impronta ontologica dell'amore trinitario e pasquale (cf Mt 28,19; Rm 6,3‑4; Col 12,12). Diventare figli di Dio è essere costituiti nell'amore di Dio (cf 1Gv 4,16). «Secondo san Giovanni "colui che ama" è equivalente a "colui che è generato da Dio" (1Gv 4,6; 5,18)»[6]. «Dio è carità» (1Gv 4,8.16): essere generati da Dio è partecipare di questa sua natura (cf 2Pt 1,4), che perciò diventa l'essenza, la vita stessa dei figli di Dio.

5.1 Ontologia ecclesiale

L'ontologia di carità dell'uomo nuovo in Cristo è per se stessa una ontologia ecclesiale. Dio ama l'uomo convocandolo in comunione di carità. L'essere d'amore che lui gli dona lo relaziona a sé nell'amore e lo relaziona a tutti gli esseri da lui amati.
Egli rapporta l’uomo a sé in comunione e comunità interumana d'amore: «Dio creò gli uomini non perché vivessero individualisticamente, ma destinati a formare l'unione sociale»[7]. L'uomo esprime già nell'ordine della creazione una natura e vocazione comunionale all'intersoggettività e alla socialità[8]: «Dio, che ha cura paterna di tutti, ha voluto che gli uomini formassero una sola famiglia» (GS n. 24)[9].
Questa famiglia è l'universale convocazione umana che «prefigura fin dal principio del mondo» la Chiesa di Cristo[10].
La dimensione di popolo è costitutiva dell'uomo‑partner dell'alleanza redentrice divina.
Questa natura comunionale e comunitaria «è perfezionata e compiuta dall'opera di Cristo Gesù[11].
In questo corpo noi diventiamo, osserva sant'Agostino, commentando 1Gv 5,1b‑2a e 1Gv 4,20b, un unico figlio di Dio: «I figli di Dio sono il corpo del Figlio unico di Dio. E come lui è il capo, noi le membra, non vi è che un unico Figlio di Dio»[12].
L'essere di amore del cristiano è per se stesso un essere ecclesiale.
L'amore procedente dal Padre per il Figlio nello Spirito è un amore ecclesiale: amore che redime, unendo in comunione e comunità redenta.
La Chiesa è la comunità dei redenti, procedente dalla carità trinitaria[13]. Essa è la carità di Dio «che ha preso corpo nella storia»[14], la «istituzione operante nell'amore»[15].
La Chiesa è per l'uomo icona della Trinità[16]: «sacramento visibile di unità salvifica»[17], «segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano»[18].
Il cristiano è nella carità perché è nella Chiesa. Nella Chiesa il cristiano vive la carità trinitaria[19].

5.2 Ontologia eucaristica

Questo essenza trinitaria della Chiesa ha nell'eucaristia l'espressione più alta ed efficace: «La comunione della vita divina e l'unità del popolo di Dio, su cui si fonda la Chiesa, è adeguatamente espressa e mirabilmente prodotta dall'eucaristia»[20].
L'eucaristia è il sacramento della comunione trinitaria che costituisce la Chiesa[21]. Essa è comunione nel corpo e nel sangue di Cristo con il Padre, per l'azione consacrante e unificante dello Spirito[22].
Ora tutti coloro che, mangiando lo stesso pane e bevendo allo stesso calice, sono in comunione trinitaria con Dio, lo diventano ecclesialmente tra loro[23].
«Segno di unità e vincolo di carità»[24], l'eucaristia approfondisce e struttura l'essere battesimale del cristiano come essere ecclesiale di comunione con Dio e con i figli di Dio. Per essa il cristiano è costituito in comunione di carità: egli è un essere di comunione.
Questa dimensione comunionale non è secondaria, aggiuntiva o accidentale, né puramente etica: è dimensione costitutiva, ontologica della vita cristiana.
Gesù, venuto per «riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi» (Gv 11,52), redimerli dalla divisione e dispersione del peccato, nella comunità di salvezza della nuova e definitiva alleanza, nell'ora suprema e decisiva prega il Padre (cf Gv 17) perché tutti «siano uno» (vv. 11.21.22), finalizzando così la sua missione salvifica.
Questa duplice comunione è costituita dallo stesso e unico amore: «L'amore col quale mi hai amato sia in essi» (v. 26). Questo amore in noi è il principio costitutivo del nostro essere amore come essere di comunione con Dio e tra noi.
[1] Cf KASPER W., Introduzione alla fede, Brescia 1979, p. 142.
[2] Cf BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. I, pp. 151‑152; 215‑220, vol. II, pp. 451‑454; La dimensione della carità, op. cit., pp. 83‑95.
[3] BORDONI M., La dimensione della carità, op. cit., p. 86.
[4] BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. I, p. 179.
[5] SPICQ C., Charité et liberté selon le Nouveau Testament, Parigi 1964, p. 44.
[6] Ivi, p. 38.
[7] Gaudium et Spes, 32, in Ench. Vat., 1, 1418.
[8] Cf COZZOLI M., Essere è co‑essere. La natura e la vocazione sociale della persona, in L'etica tra quotidiano e remoto, Bologna 1984, pp. 69‑94. «L'uomo per la sua intima natura è un essere sociale, e senza i rapporti con gli altri non può vivere né esplicare le sue doti» (Gaudium et Spes, 12, in Ench. Vat., 1, 1358).
[9] Gaudium et Spes, 24, in Ench. Vat., 1, 1393.
[10] Cf Lumen gentium, 2, in Ench. Vat. 1, 285.
[11] Gaudium et Spes, 33, in Ench. Vat., 1, 1419.
[12] S. Agostino, Tractatus in Epistolam Joannis ad Parttos, X, 3; PL 35, 2055.
[13] S Cipriano, Liber de oratione dominica, 23; PL 4, 553, cit. da Lumen gentium, 4, in Ench. Vat., 1, 287.
[14] WARNACH V., Amore, in Dizionario teologico, op. cit., vol. I, p. 57.
[15] BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. I, p. 219.
[16] Cf FORTE B., La Chiesa icona della Trinità. Breve ecclesiologia, Brescia 1984.
[17] Lumen gentium, 9 in Ench. Vat., 1, 310.
[18] Lumen gentium, 1 in Ench. Vat., 1, 284.
[19] CODA P., Per una ontologia trinitaria, op. cit., p. 72.
[20] Sacra Congregazione dei Riti, Istruzione «Eucaristicum mystenum» sul culto del mistero eucaristico (25 maggio 1967), 6, in Ench. Vat., 2, 1306.
[21] «Ogni volta che, in obbedienza al comando del Signore, la Chiesa celebra il Suo memoriale, la morte e la risurrezione di Cristo eventi unici e irripetibili, vengono resi presenti nella comunità celebrante, e nello Spirito la presentano al Padre, perché dal Padre vengano in abbondanza, per il sacrificio del Figlio, l'effusione creatrice e riconciliatrice del Paraclito. Nel memoriale eucaristico la Trinità passa nella Chiesa, e la Chiesa passa nella Trinità: il movimento dell'amore trinitario viene a suscitare e ad assumere il dinamismo dell'amore ecclesiale» (FORTE B., Trinità come storia, op. cit., p. 197).
[22] Azione di grazie al Padre, memoriale della Pasqua del Figlio, invocazione dello Spirito (epiclesi): la stessa struttura che la liturgia della Chiesa ha dato alla preghiera eucaristica manifesta lo stretto e fecondo rapporto Trinità‑eucaristia (cf Ivi, pp. 197‑200).
[23] Cf Conferenza Episcopale Italiana, Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali per gli anni '90 (8 dicembre 1990), 17.
[24] Sacrosanctum Concilium, 47, in Ench. Vat., 1, 83. Cf S. Agostino, In Joannis Evangelium Tractatus, XXVI, 6, 13; PL 35, 1613.

lunedì 7 aprile 2008

Quinta meditazione

4. Partecipazione dell'uomo alla pericoresi trinitaria della carità

L’effusione dell'amore di Dio nel mondo e nella storia coinvolge l'uomo in profondità. Questi non sta in rapporto con Dio come un qualsiasi elemento del mondo, ma con la dignità di soggetto.
Il suo essere «immagine e somiglianza» di Dio (Gn 1,26) indica la sua provenienza dall'Amore, che lo pone in essere come partner della comunione divina: non una cosa, né un «lui» estraneo, ma un «tu» in relazionale nell'amore.
L'uomo è persona perché chiamato dall'amore divino all'esistenza, come tale costituito in libertà di amore. Egli è chiamato nel tempo con lo stesso atto d'amore con cui il Padre dall'eternità chiama il Figlio.
Per cui egli è per partecipazione in rapporto al Padre nella stessa condizione e dignità in cui è il Figlio per generazione: figlio a immagine del Figlio.
L'uomo è costituito persona dall'amore del Padre per il Figlio. «Quell'amore paterno che genera il Figlio fin dall'eternità... chiama in vita le creature che sono create secondo l'immagine del Figlio e rispondono all'amore del Padre in comunione con il Figlio. La creazione deriva dall'amore che il Padre ha per il Figlio eterno. E così essa è chiamata a rendere beato Dio sintonizzandosi con l'obbedienza del Figlio e con la sua risposta d'amore al Padre»[1].
L'uomo è in relazione filiale con il Padre a causa del Figlio e per il dono dello Spirito[2].
Su tale partecipazione agisce come forza distruttiva il peccato. Questo è il rifiuto d'amare, l'anti‑amore, con effetti devastanti sulla condizione originaria dell’uomo, co‑soggetto della carità trinitaria. L'uomo subisce i contraccolpi nella lontananza, nello smarrimento, nella solitudine e nell’insignificanza.
Su questa condizione interviene l'amore salvifico di Dio, per ristabilire la comunione trinitaria perduta.
Tutto in assoluta gratuità dell'Amore, che riconduce l'uomo al dialogo trinitario della carità.
Il «meraviglioso scambio» tra la nostra condizione di peccato e la dignità filiale si compie nella solidarietà, fino alla morte, del Figlio con tutti i peccatori. La sua risurrezione afferma, invece, segna il trionfo redentore dell'amore sulle potenze disgregatrici dell'egoismo e dell'orgoglio.
Col dono pasquale dello Spirito l'uomo è raggiunto dalla potenza dell’amore (cf 1Gv 3,1): è ricostituito nella nuova condizione di figlio (cf 1Gv 3,1; Rm 8,6), per nuova conformazione ontologica al Figlio: «Dio mandò il suo Figlio... perché ricevessimo l'adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,4.6; cf Rm 8,15)[3].
«Esistere nello Spirito è essere presi in un movimento di trasformazione che ci assimila al Figlio e, mediante lui, ci introduce nel Padre. Come ha visto bene Atanasio d'Alessandria, ricevendo lo Spirito, "noi diventiamo per lo Spirito uno nel Verbo e, per il Verbo, nel Padre". In effetti, "lo Spirito è nel Verbo, il quale è nel Padre". Non basta dire che le missioni divine hanno il loro fondamento nelle processioni: bisogna aggiungere che hanno come fine di farci partecipare ad esse, a quella almeno in virtù della quale il Figlio è "Figlio" e "Dio"»[4].
Questa partecipazione dell'uomo al dialogo dell’amore trinitario «costituisce la sua nuova condizione di creatura e di figlio di Dio (1Gv 3,1), come lo statuto di un'esistenza nell'amore. È l'azione divinizzante (theopoiesis) di cui parlano la tradizione patristica e scolastica, affermando una presenza stabile (inabitazione) della Trinità nel credente, per cui egli è "personalmente" in uno stato nuovo esistenziale di "comunione" con il Cristo ed in lui, con il Padre nell'unità dello stesso Spirito»[5].
E’ a questa vivente comunione trinitaria che l'uomo accede con il battesimo: «Tenendo conto del senso semitico del "nome", che dice l'essenza viva di ciò cui si riferisce, essere battezzato "nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19) significa entrare a far parte del mistero unico del loro essere, della loro insondabile unità»[6].
San Tommaso ha posizionato questa modalità primariamente della carità, espressione partecipativa dell'amore trinitario, San Tommaso nell'essenza dell’amore di amicizia. Essa è un «modo di essere» prima ancora che di agire, uno «stato» prima ancora che un «atto». E’ il modo di essere dell'uomo con Dio espresso dall'amore amicale: «La carità è una speciale amicizia dell'uomo con Dio»[7].
E’ proprio dell'amore di amicizia non solo la benevolenza[8], ma anche la reciproca comunione nell'amore[9], fondata sulla «comunione della vita»[10].
C'è reciprocità, infatti, dove c'è «un qualcosa in comune»[11], una «somiglianza d'ordine ontologico»[12], una con‑divisione vitale, che fa da principio di comunione e di unità fra gli amici[13].
Tra Dio e l'uomo questa condivisione, che fonda la comunione amicale, consiste nella «beatitudine» eterna: la vita beata di Dio comunicata all'uomo per grazia[14].
«Dio ha comunicato all'uomo la sua vita e la sua beatitudine chiamandolo a una intima comunione con sé: orbene, questo è ciò che rende possibile l'amicizia tra Dio e l'uomo»[15].
Non siamo, chiaramente, nell'ordine naturale delle umane possibilità, ma in quello soprannaturale della grazia che ci costituisce figli di Dio. San Tommaso è esplicito: «La carità non è virtù dell'uomo in quanto uomo, ma in quanto per partecipazione della grazia diventa Dio e figlio di Dio»[16].
L'uomo è in comunicazione di vita, e perciò di carità amicizia, con Dio per la comunione con Gesù, il Figlio.
A riguardo san Tommaso cita Paolo: «Di tale comunicazione è detto in 1Cor 1,9: "fedele è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione del Figlio suo Gesù Cristo"»[17].
Questa comunione è un dono dello Spirito Santo, «che è la carità increata»[18], «l'amore del Padre e del Figlio, la cui partecipazione in noi è la stessa carità creata»[19]: la carità‑grazia.
Per questa comunione che lo conforma a Cristo, mediante la carità infusa dello Spirito Santo, il cristiano è in relazione di amicizia con Dio.
Questa amicizia definisce insieme la carità e la vita cristiana. «La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,3).
[1] MOLTMANN J., Trinità e Regno di Dio, op. cit., p. 181.
[2] Cf WOLINSKI J., Le mystère de l'Esprit Saint, op. cit., p. 161.
[3] BORDONI M., Gesù di Nazareth. Signore e Cristo, vol. I: Saggio di cristologia sistematica, Herder‑Università Lateranense Roma 1982, p. 154. Cf anche BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. III, p. 548; cfr. anche pp. 497‑498.
[4] WOLINSKI J., Le mystère de l'Esprit Saint, op. cit., p. 162. La citazione di Atanasio d'Alessandria è dal Dialogo contro gli Ariani, III, 25; PG 26, 376 B e C.
[5] BORDONI M., Gesù di Nazareth, op. cit., vol. III, pp. 548‑549.
[6] FORTE B., Trinità come storia, op. cit., p. 140.
[7] S. Tommaso, Commentum in tertium librum sententiarum, d. 27, q. 2, art. 1; S. Th., II‑II, q. 23, art. 1.
[8] Come nell'amore del prossimo, fatto di semplice ben‑volere, indipendentemente da ogni reciprocità o corrispondenza.
[9] «Requiritur quaedam mutua amatio: quia amicus est amico amicus» (S. Tommaso, S. Th, II‑II, q. 23, art. 1)
[10] Cf S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23, art. 1; I‑II, q. 65, art. 5. «Omnis amicitia fundatur super aliqua communicatione vitae: nihil enim est ita proprium amicitiae sicut convivere» (S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 25, art. 3). L'amore di amicizia lo analizziamo più avanti nella tipologia della carità.
[11] GILLON L.B., A propos de la théorie thomiste de l'amitié, in Angelicum, 25(1948), p. 16.
[12] CACCIABUE L., La carità soprannaturale come amicizia di Dio. Studio storico sui commentatori di S. Tommaso, Brescia 1972, p. 26.
[13] «L'amico deve prendere coscienza di questa sua somiglianza con l'amico affinché possa nascere un mutuo amore di benevolenza: questo amore termina in una comunicazione attiva reciproca, tale per cui gli amici mettono in comune i propri beni» (Ivi). «Perché la carità sia la vera amicizia con Dio occorre necessariamente qualche cosa di simile, di comune tra l'uomo e Dio, qualche cosa che sia fondamento della loro comunione» (Ivi, p. 29).
[14] Cf S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23, art. 1; q. 24, art. 2. Cf anche I‑II, q. 65, art. 5. «Cum igitur sit aliqua communicatio hominis ad Deum secundum quod nobis suam beatitudinem communicat, super hac communicatione oportet aliquam amicitiam fundari» (S. Th., II‑II, q. 23, art. 1).
[15] CACCIABUE L., La carità soprannaturale come amicizia di Dio, op. cit., p. 29.
[16] S. Tommaso, De caritate, art. 2, ad 15.
[17] S Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23, art. 1.
[18] S. Tommaso. De caritate, art. 1.
[19] S. Tommaso, S.Th., q. 24, art 2.