martedì 29 aprile 2008

La carità è per sempre


Il primato della carità significa tutto non solo in campo morale, ma anche nella ontologia della persona in Cristo: «se non ho la carità, non sono niente» (1Cor 13,2).
La carità non è opera dell’uomo, ma dono della carità di Dio. E’ accoglienza e fedeltà della libertà che «ricerca la carità» (1Cor 14,1) e «cammina nella carità» (Ef 5,2).
L’essere e l’esistere cristiano procedono da questa corrispondenza fedele all'amore di Dio.
La carità è la verità ontologica del cristiano: amo ergo sum. Sono perché sono nell'amore.
Essere è amare e amare è essere: «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1Gv 3,14).
Il cristiano «dimora nella carità» (Gv 15,9‑10; Ef 1,4; 1Gv 4,16): espressione questa che parla dell'inerenza ontologica ed morale
- nell'amore di Dio: «Dio è amore; chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui» (1Gv 4,16);
- nell'amore di Cristo: «Rimanete in me e io in voi: come il tralcio nella vite... Rimanete nel mio amore» (Gv 15,4.9).
La carità è la permanenza ontologica ed morale nell'amore di Dio in Cristo, che coinvolge tutto l'esistere e coesistere cristiano.
La carità risponde al progetto eterno di Dio della nostra elezione e vocazione in Cristo ad «essere santi e immacolati al suo cospetto nella carità» (cf Ef 1,4).
Questo essere nella carità di Dio in Cristo dona a tutta l’esistenza cristiana valenza di eternità. E’anticipazione e pegno dell'eternità. «Chi potrà mai separarci dall'amore di Cristo?» (Rm 8,35), si domanda l'Apostolo, e nella certezza di questo indefettibile amore professa la sua speranza: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,38‑39).
Nel tempo dell’uomo tutto è relativo e destinato a finire, anche le condizioni e le prerogative più sublimi e privilegiate: «Le profezie scompariranno, il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà» (1Cor 13,8b).
Solo la carità è per sempre: «La carità non avrà mai fine» (1Cor 13,8a).
Si tratta della carità di Dio in noi e da noi vissuta come sua volontà: «Il mondo passa... ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno» (1Gv 2,17).
Proprio perché amore di Dio, che ha Dio come origine e fine, la carità non passa mai.
Per quanto piccola e nascosta agli occhi degli uomini, la carità varca i confini del tempo e decide dell’esistenza.
Agli occhi di Dio ha valore di eternità il bicchiere d'acqua dato all'assetato (cf Mt 10,42): gesto emblematico per Gesù, come quelli enunciati nella descrizione del giudizio finale (cf Mt 25,35), di gratuito amore di Dio nel prossimo.
Sono atti irrilevanti e trascurabili dalla cronaca profana, ma pieni di amore di Dio e perciò decisivi per la salvezza (cf Mt 25,31‑46).
La carità è l'essenziale della vita: ciò che «conta» veramente, perché conta per l'eternità (cf Gal 5,6). Noi siamo realmente ciò che siamo nella carità.
Ne consegue che essa diviene il criterio e il metro di giudizio ultimo (cf Mt 25,34‑36). Di qui il compito di «crescere e abbondare nella carità» (1Ts 3,12; cfr. 2Ts 1,3).
Solo in ragione della sua intensità e ricchezza, possiamo diventare «integri e irreprensibili per il giorno di Cristo» (Fil 2,9‑10).
La carità è un movimento d'amore che nasce da Dio e a lui ritorna, assumendo in profondità tutta la nostra esistenza.
A causa di essa tutto prende senso e valore, il senso e il valore della comunione salvifica, illuminata dalla fede e anticipata nella speranza.

domenica 27 aprile 2008

Primato della carità (2)

Questa libertà nell'uomo è amore per il sommo bene. L'amore del sommo bene nel cristiano è amore di Dio, cioè, carità teologale.
La carità è il costitutivo essenziale della volontà e libertà del cristiano, cioè tensione al dover‑essere nella carità.
Ciò implica che ogni bene, atto e virtù particolari, sono moralmente tali in quanto partecipazione espressiva della relazione e ordinazione al sommo bene e fine ultimo, che è la carità.
Questo significa che la carità informa tutto il bene oggettivamente considerato e tutta l'attività morale del soggetto agente.
Senza questa bontà formale che gli deriva dall'essere ordinato al fine ultimo, il bene particolare di una virtù o di un atto non sarebbe altro che una realtà senza valore morale, dunque premorale e, se contraria al fine, immorale.
Ne consegue che la bontà morale di un atto di virtù è dato «dall'informazione oggettiva dell'amore del fine, e sul piano soprannaturale, della carità»[1].
Dal che emerge come l'ordinamento al fine si realizza già sul piano degli oggetti (finis operis), cioè nella determinazione oggettiva del bene e del male morale, prima di compiersi sul piano dell'azione[2].
Si tratta della tesi di Tommaso, il quale afferma che «caritas est forma virtutum».
Sarebbe a dire che la carità dà il proprio oggetto e fine ad ogni virtù[3], per questo diviene il principio efficiente, imperante[4] e movente[5], della volontà virtuosa. Ogni virtù, cioè, partecipa della carità[6].
Si può parafrasare così l’insegnamento di Tommaso: «l'oggetto, il fine e la forma propria dell'atto di carità sono l'unione con Dio, con se stesso e con il prossimo. Quando si dice che la carità dà a tutti gli atti da lei imperati la sua propria forma, o più esattamente la forma corrispondente al fine proprio verso cui essa tende, si vuol dire che essa li fa partecipare alla sua propria perfezione specifica, che è di raggiungere Dio»[7].
Anche la fede e la speranza hanno come oggetto Dio e insieme con la carità danno consistenza alla vita teologale.
Ma solo la carità attinge Dio in se stesso, instaura un rapporto interpersonale, da soggetto a soggetto, con Dio.
Detto rapporto viene definito «comunione di amicizia», perché relaziona a Dio direttamente.
La riflessione teologica classica insegna che solo la carità rapporta a Dio direttamente (sub ratione finis). La fede e la speranza invece rispettivamente in ragione della verità e in ragione di un bene difficile.
«La fede e la speranza, precisa San Tommaso, raggiungono Dio in quanto causa in noi la conoscenza della verità e il conseguimento della beatitudine; invece la carità raggiunge Dio come è in se stesso, non in quanto causa di qualche beneficio per noi »[8].
E’ per questo motivo che tra le virtù teologali «la più grande è la carità» (1Cor 13,13), infatti è essa che rende stabile la libertà del cristiano nella comunione con Dio, così da dare forma all’operare virtuoso. Ogni intenzione progettuale e operativa di bene particolare o categoriale è resa partecipa della perfezione soprannaturale.
Ciò non significa che ogni atto o virtù particolari siano assorbiti dalla carità, perdendo così la propria specificità. Infatti la carità non offusca, né annulla l'oggetto o il fine da cui ogni atto e atteggiamento morale sono resi specifici, ma li unifica nel suo orizzonte complessivo di significato e fine.
La giustizia, la sincerità, la castità, l'ubbidienza, l'umiltà... e ogni altra virtù morale saranno sempre specificate dal loro oggetto, fine e bene particolare[9].
Ne consegue che la libertà, che le intenziona e attua in situazione, è una libertà distinta di giustizia, di sincerità, di castità, di ubbidienza, di umiltà... Tuttavia ogni oggetto o fine particolare, per essere un bene morale, oggetto dunque di virtù, «non può non essere relazionato al "bene divino", che è oggetto della carità»[10].
Tutti i beni o valori particolari, e relative virtù, in quanto espressione del bene divino, intenzionato dalla libertà, hanno rapporto ontologico con la carità.
Dunque, la carità non si distingue dalle altre virtù, come queste si distinguono fra loro, in nome cioè del diverso bene o oggetto, proprio di ciascuna.
Si distinguono, invece, per il bene semplice e particolare[11].
Il "bene semplice" è tutto il bene nella sua globalità che polarizza e realizza tutta la persona.
Il "bene particolare" è un aspetto parziale, un'espressione particolare del primo, in cui questo prende corpo[12].
San Tommaso li distingue come il fine e i mezzi e precisa: «Bene principale è il fine: infatti i mezzi ordinati al fine non sono beni che in ordine al fine»[13].
La carità è la virtù del fine, perché ordina al Bene supremo e ultimo, i beni particolari e gli atti che li assumono.
Ogni bene, in quanto ordinabile al fine è virtù, in quanto, stabilmente riconosciuto e assunto dalla libertà, diviene un « vero bene »[14].
Cosicché «non può esserci vera virtù senza la carità»[15] e ogni virtù è espressione della carità, «in quanto le virtù non sono altro che facoltà dei mezzi o dei fini intermediari»[16] e particolari.
La libertà esprime interamente se stessa, realizza la persona in relazione al Bene e Fine ultimo, nella pluralità dei beni e dei fini particolari, oggetto di atti e virtù diverse, in cui si realizza il bene[17].
La carità è la libertà fondamentale, il dinamismo profondo, che assume molteplici forme quando diviene attività determinata da oggetti diversi»[18].
L'unica carità si esplica in virtù e atti diversi, come un dinamismo totale si esprime in dinamismi parziali.
La carità esercita sugli atti una causalità efficiente, la causalità propria della volontà di carità interamente finalizzata dall'amore di Dio, che si esprime nelle opzioni dei beni particolari[19].
La carità è la volontà elevata dallo Spirito dell'amore del Padre e del Figlio. Volontà e libertà trasformate in realtà soprannaturali. Il dover‑essere che diviene essere per mezzo della grazia.
Colta così la carità ha radicamento ontologico, è la forza del nostro essere più profondo, è noi stessi in quanto libertà in atto.
Non una qualità esterna o un'intenzione aggiunta, ma la forma costitutiva e dinamica dell'essere e dover‑essere in Cristo[20].
«Ciò che la grazia santificante fa nella nostra sostanza, la carità lo fa nella nostra volontà; essa ci consente d'amare, cioè di entrare in comunione con Dio e con gli altri, non più nella misura nostra, ma con lo stesso amore di Dio.
La carità trasporta in noi, in certo modo, lo stesso amore trinitario, o meglio trasporta noi in esso... La carità attua già quaggiù il contatto d'amore che persisterà in cielo... Tale è il valore del nostro amore di carità che è "sovra‑amore"»[21].
La nostra libertà d'amore divinizzata dalla grazia è l'espres­sione creata della carità increata, partecipazione alla carità divina.
Tutta la vita morale dell'uomo in Cristo, in se stessa e nella pluralità dei suoi atti, è carità che narra l'amore trinitario, espressione effusiva della carità divina.
La carità nel cristiano partecipa della carità trinitaria come provenienza e come destinazione. Tutto l'agire cristiano ne condivide il finalismo trinitario[22].
La carità non si realizza come un'opera, non si esprime, come le altre virtù, in esigenze ben determinate, ma attua l'uomo stesso in totalità di libertà e fedeltà.
La carità, partecipazione dell'amore divino, coinvolge l'uomo in pienezza di cuore. E’ amare «con tutto se stessi» (cf Dt 6,5; Mt 22,37; Mc 12,30), espressione della radicalità della carità di Cristo.
Per questo la carità non è solo un comandamento, è l'uomo stesso «in quanto possibilità d'amore nell'accoglienza dell'amore di Dio, in cui Dio dà tutto se stesso»[23].
Il «se stesso» di Dio, come dono d'amore, è il «tutto se stessi» della carità nell'uomo.
Motivo per cui il peccato è il rifiuto di affidarsi a questo tutto dell'amore di Dio, è il non‑amore di una volontà chiusa su se stessa.
Il tutto della carità di Dio nell'uomo non significa indeterminatezza, ma matrice di ogni determinazione, in cui il Bene è oggettivamente riconoscibile e realmente attuabile[24].
Come tale la carità è anche comandamento: espressione concreta dell'amore di Dio e del prossimo.
Nella carità si compendia e si irradia tutto il bene.
Essa è il centro di unità diffusivo di tutti i comandamenti e le virtù, principio di tutta la vita morale.
Da qui il celebre detto di Agostino: «Ama et fac quod vis»[25]
[1] GILLMANN G., Il primato della carità, op. cit., p. 56.
[2] Cf Ivi, pp. 56‑57; RAHNER K., Il comandamento dell'amore, op. cit., pp. 376‑377.
[3] Cf S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23, art. 8.
[4] S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23, art. 4.
[5] S. Tommaso, Commentum in tertium librum Sententiarum, d. 27, q. 2, art. 4, s. 3, ad 4.
[6] La carità‑«forma» è detta pertanto da san Tommaso «fondamento», «radice», «fine» e «madre» di tutte le virtù: cf S. Th., II‑II, q. 23, art. 8.
[7] GILLMANN G., Il primato della carità, op. cit., p. 57.
[8] S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23, art. 6.
[9] Cf S. Tommaso, S. Th., II‑II q. 23, art. 7.
[10] PIGNA A., Carità, op. cit., p. 445.
[11] Cf Ivi.
[12] Cf RAHNER K., Il comandamento dell'amore, op. cit., p. 386.
[13] S Tommaso, S. Th., II‑II, q. 23 art. 7.
[14] Cf Ivi.
[15] Cf Ivi.
[16] Cf RAHNER K., Il comandamento dell'amore, op. cit., pp. 376‑393.
[17] Cf GILLMANN G., Il primato della carità, op. cit., pp. 183‑184.
[18] Cf GILLMANN G., Il primato della carità, op. cit., pp. 183‑184.
[19] Cf Ivi, pp. 184‑185
[20] Cf Ivi. pp. 168‑169. 223: Ivi, p. 170.
[21] Ivi, p. 170.
[22] Cf Ivi, p. 171­
[23] RAHNER K., Il comandamento dell'amore, op. cit., p. 403. 226; cf Ivi, pp. 394‑404.
[24] Cf Ivi, pp. 394-404
[25] «Eccoti dunque una brevissima norma che compendia tutto: ama e fa' ciò che vuoi! Sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che tu perdoni, perdona per amore. L'amore affondi come una radice nel tuo cuore: da questa radice non può procedere se non il bene» (S. Agostino, Tractatus in epistolam Joannis ad Parthos, VII, 8; PL 35, 2033).

sabato 26 aprile 2008

Il primato della carità (1)

La carità non è virtù accanto alle altre ma presiede le altre.
Le compete il compito di unificare la legge, gli atti e gli atteggiamenti morali.
E’ stato Gesù stesso a stabilire ciò rispondendo alla questione sollevata dal dottore della legge sul primo e più grande dei comandamenti.
Egli la risolve attribuendo priorità assoluta al comandamento dell'amore di Dio inseparabilmente unito a quello dell'amore del prossimo (cf Mt 22,34‑40; Mc 12,28‑34).
Ora «da questi due comandamenti dipende tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40); «non c'è altro comandamento più importante di questi» (Mc 12,31).
Questo insegnamento di Gesù è, negli scritto apostolici, alla base della costante unificazione nella carità di tutta la morale.
Come abbiamo notato, la trattazione avviene quasi esclusivamente sull'amore del prossimo, ma questo non separato dall'amore di Dio.
Il primato dell'amore del prossimo è semplicemente il primato della carità. Paolo infatti afferma: «Non abbiate alcun debito con nessuno, se non quello di un amore vicendevole; perché chi ama il suo simile ha adempiuto la legge. Infatti il precetto: "Non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non desiderare" e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". L'amore non fa alcun male al prossimo: pieno compimento della legge è l'amore» (Rm 13,8‑10).
La carità, inoltre, è a fondamento della libertà morale del cristiano: «Voi infatti, fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: "amerai il prossimo tuo come te stesso"» (Gal 5,13‑14).
«In Cristo Gesù, infatti, aveva detto poco prima l'Apostolo, conta... la fede operante nella carità» (Gal 5,6).
La libertà dell'uomo nuovo non è il libero arbitrio dell'uomo vecchio, ma libertà nella carità.
In Col 3,12ss Paolo conclude l'elenco delle virtù che i cristiani devono praticare come propri dell'uomo nuovo, esortando a porre «al di sopra di tutto la carità, che è il vincolo della perfezione» (Col 3,14)
La carità è la eminente virtù che «come il mantello copre tutti gli altri e li mantiene uniti»[1].
La carità «tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7): «è davvero un coefficiente che moltiplica tutto»[2].
Comprendiamo, allora, la concentrazione nella carità di tutta la vita morale: «tutto si faccia tra voi nella carità» (1Cor 16,21); «comportatevi secondo carità» (Rm 14,15); «camminate nella carità» (Ef 5,2); semplicemente «ricercate la carità» (1Cor 14,1).
Essa è «la via migliore di tutte» (1Cor 12,31) e senza di essa non si ha niente, non giova niente, non si è niente (1Cor 13,1‑3).
In Giovanni la carità diventa il comandamento, che «unisce in uno stesso legame religioso Dio, il Cristo, il prossimo; l'anello d'oro dell'amore»[3]: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri» (1Gv 3,23; cfr. 3,11; 4,21; 5,1; 2Gv 6).
Parimenti in Pietro: «Soprattutto conservate tra voi una grande carità» (1Pt 4,8).
Giuda conferma: «Conservatevi nella carità di Dio... per la vita eterna» (Gd 21).
La carità deriva questo primato unificatore di tutta la legge e le virtù morali dall'oggetto e fine suo proprio che intenziona e muove la volontà del soggetto agente.
Tale oggetto e fine è Dio, il sommo bene voluto dall'uomo, che suscita la massima benevolenza dell'amore. Esso muove unitariamente e globalmente la libertà dell'uomo, così che ogni altro bene è tale ed è oggetto di benevolenza in quanto sua espressione e riflesso.
Ciò implica una determinazione oggettiva di tutto il bene morale e soggettiva di tutto l'agire morale, rispettivamente come espressione e attuazione della carità.
Tutto il bene è nella luce della carità: quello effettivamente deliberato e compiuto.
Dio costituisce, in forza del battesimo, il cristiano in comunione trinitaria.
In altre parole la libertà cristiana è interamente assorbita e polarizzata dall'amore di Dio. Essa, cioè, esprime unicamente e unitariamente la volontà di carità come comunione in atto con Dio.
Se l'uomo coincide con la sua libertà e questa è costituita dalla carità di Dio, allora la carità informa e muove tutta la libertà dell’uomo.
In questo modo tutto l'agire morale del cristiano esprime la carità e non può darsi bene e atteggiamento morale, come sostiene l'Apostolo in 1Cor 13,1‑3, senza la carità.
Analizziamo più da vicino quanto abbiamo enunciato.
Prima ancora che esprimersi in gesti categoriali, la libertà esprime fondamentalmente tensione al tutto, tensione realizzante la persona in quanto tale.
Si tratta della tensione alla realizzazione e compimento di sé in relazione al fine ultimo e sommo bene.
Questa è la libertà fondamentale o ontologica, l'atto globale con cui uno si realizza pienamente e che si determina, poi, in singoli atti parziali o categoriali[4].
[1] FITZMEYER J.A., La lettera ai Colossesi, in Grande commentario biblico, op. cit., p. 1270. «È possibile che Paolo si richiami qui al discorso della montagna: "Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli" (Mt 5,48), dove il grande amore universale di Dio è il supremo modello per l'uomo» (Ivi).
[2] VANNI U., Un inno all'amore che è anche una via (l Cor 13), in Amerai Dio e il prossimo tuo, op. cit., p. 192.
[3] SPICQ C., Charité et liberté, op. cit., p. 43.
[4] Cf RAHNER K., Il comandamento dell'amore fra gli altri comandamenti, in Saggi di spiritualità, Roma 1965, p. 390.

giovedì 24 aprile 2008

Carità e giustizia

La carità ci rapporta al prossimo prima di tutto secondo diritto e giustizia.
Il diritto è il proprio (jus suum) che appartiene all'altro, che suscita il corrispettivo "debito" che sempre riconosciuto e soddisfatto.
La giustizia è la virtù che pone in rapporto tra loro il dovere al diritto, per cui si tende a dare all'altro ciò che gli compete[1].
La giustizia, virtù relazionale, che mira a stabilire rapporti perequativi tra i soggetti di diritti e di doveri, non può essere estranea alla virtù sociale fondamentale, normativa di tutta la vita di relazione, cioè la carità[2]. Di fatto ne è l’espressione da cui non si può prescindere[3].
Ne consegue che non si dà carità senza giustizia. La carità esige la giustizia, la giustizia è espressione della carità e ne assume e riflette la logica morale e teologale[4].

La carità esige la giustizia. La giustizia è la prima via di realizzazione della carità: «siano anzitutto adempiuti gli obblighi di giustizia», proclama il Vaticano II[5].
La carità vuole per l'altro più della giustizia, ma non senza la giustizia.
Per amore dono all'altro ciò che è mio, per giustizia gli do ciò che è suo[6].
Ne consegue che non posso donare all'altro del mio, senza avergli dato prima il suo. Tanto meno posso attribuirgli come dono ciò che gli spetta come diritto[7]. Il primo bene che la carità vuole per l'altro è quello che gli compete come diritto (jus saum).
Per questo la carità primariamente è giustizia, prima espressione ed esigenza, cioè «la misura minima»[8].
Anche se la giustizia vincola la libertà secondo l’ordine giuridico, che prende corpo nella legge, non per questo la relega fuori dall'ordine morale della carità. Anzi, proprio questo legittima il vincolo giuridico e legale della giustizia, come effettiva garanzia dei diritti, e lo integra nell'ordine morale suo proprio.
Per cui il vincolo giuridico della giustizia, la sua esigibilità legale, non la rendono alternativa alla carità, come purtroppo spesso si è pensato e si è fatto credere.
E’ la carità stessa ad esigere che la giustizia appartenga all'ordine giuridico e legale. In questo senso la giustizia può essere definita come «la carità dell'esigibile»[9].
Il diritto compete alla persona indipendentemente dalle sue disposizioni di generosità e di misericordia. La giustizia si fa carico di questa indipendenza, vincolata dalla forza e dalla determinazione oggettiva del dovere, che l'altro rappresenta per me e che esige riconoscimento, rispetto, restituzione.
La carità va oltre lo strettamente dovuto secondo diritto, ma senza prescinderne. Il donare e perdonare della carità sono inclusivi del dare e restituire della giustizia. Sono moralmente possibili sulla base di questa.
La carità è anche virtù di comunione, è vincolo di unità che unisce in comunione d'amore, nel rispetto dell'alterità.
Non si dà fusione d'amore che disconosca e mortifichi l'individualità. La giustizia è garanzia dell'autonomia dell'«io» e del «tu» nel «noi» dell'amore.
La carità in forza della giustizia che la anima, non confonde mai le individualità, ma esprime sempre una insopprimibile esigenza di rispetto dell'alterità, anzi contribuisce alla promozione delle persone unendole in perfetta armonia.
Come la comunione trinitaria è fonte dell'individualità delle persone divine, così partecipandosi all’umanità diviene principio di differenziazione personale.
La persona è il «diritto sussistente»[10], attribuito e riconosciuto da Dio ad ogni essere con dignità di soggetto e valore di fine, di cui egli ha assoluto rispetto, malgrado il peccato.
La carità di Dio non si lascia mai vincere dall'ingiustizia umana.
Tutta la storia della salvezza è narrazione della giustizia (sedaqah) divina, che fa sussistere l'uomo nel suo diritto, facendosi carico anche di quello perduto.
La sua giustizia è a difesa e protezione del povero, dell'orfano e della vedova, figure emblematiche del diritto calpestato: «Il Signore ha compiuto atti di giustizia, ha reso il diritto a tutti gli oppressi» (Sal 103,6).
La carità di Dio si fa giustizia, quando ristabilisce l'uomo nel suo diritto. Questa giustizia mira a fare giusto l'uomo e il popolo che hanno perso la coscienza del diritto o che non sono in grado di autostabilirsi in esso. Si tratta della giustizia liberatrice e salvifica di Jahvé: «Dio giusto e salvatore» (Is 46,12)[11].
Giustizia che è anche giustificazione giudizio pronunciato contro tutti i profittatori che defraudano il prossimo del proprio diritto.
L'espressione suprema della giustizia di Dio è il giudizio pronunciato sul peccato con la giustificazione del peccatore. E’ l'opera di giustizia che Dio compie nella pienezza del tempo in Cristo Gesù, per ristabilire l'uomo peccatore nella libertà della grazia dei figli di Dio (cf Rm 3,25): «Cristo Gesù per opera di Dio è diventato per noi giustizia» (1Cor 1,30), «perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio» (2Cor 5,21).
Dio in Cristo si fa carico della nostra dignità perduta. Il suo rispetto diviene giustizia che ricrea. Giustificazione liberatrice che salva dal giogo del peccato e della morte e l'uomo è reso giusto dalla giustizia donata: «giustificati per grazia mediante la fede» (Ef 2,8; cf Rm 3,28; 10,4; Gal 3,6; Fil 3,9).
Il cristiano «Uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera» (Ef 4,24), è chiamato alla pienezza di senso nella giustizia giustificante di Dio e di Cristo.
La vera giustizia esprime soltanto l'afflato morale, ma ne condivide e riflette l'economia salvifica.
Essere giusti vuol dire rendere giusto il fratello, farsi carico della sua integrale dignità agli occhi di Dio e ristabilirlo nel diritto perduto; nella consapevolezza che riconoscere e ristabilire il diritto del fratello è riconoscere e ristabilire il diritto di Dio.
L'ingiustizia, infatti, in tutte le sue espressioni, costituisce «un ateismo pratico, una negazione di Dio»[12].
Detta giustizia riflette nel cristiano la novità di quella «giustizia superiore» (Mt 5,20), additata da Gesù nel discorso della montagna (cf Mt 5,1‑7,28) come la giustizia propria del Regno, la quale ne segna la condizione di appartenenza.
Si tratta di quella giustizia sollecitata dall'annuncio e dalla testimonianza di Gesù, che sposta l'istanza del «dovuto» oltre la legge e il pattuito, correlandola alle esigenze della giustizia di Dio (cf Mt 5,48), che l'assume nella dinamica donante e perdonante[13].
La giustizia è dunque intrinseca al dinamismo teologale e morale della carità, da questa mutua spessore personale e finalità salvifica, sottraendosi al formalismo e all'anonimato di un rapporto distaccato e funzionale.
La giustizia, espressione della carità, umanizza il diritto come bene della persona, dandogli finalità di comunione nelle relazioni contrattuali, burocratiche e legali[14].
La carità esige la giustizia. S'adopera, cioè, a che i beni e i bisogni reali delle persone e dei popoli siano riconosciuti come diritti e strutturati in un ordine alla giustizia.
Questa, da parte sua, una volta istituita, dischiude nuovi spazi alla carità, cioè gli spazi propri del dono, del perdono, della gratuità, della misericordia.
Una carità che vuole essere, anzitutto, giustizia e lascia a questa spazi prima affidati alla sua sollecitudine, è più vigile, dinamica e profetica nel cogliere le possibilità nuove che le si schiudono in una società in rapida, continua e planetaria trasformazione, che determina squilibri enormi, sacche di emarginazione, bisogni inediti, nuove povertà.
Una giustizia, a sua volta, che intende esprimersi come via della carità, deve farsi prassi di promozione umana, cioè, impegno di umanizzazione della città dell'uomo ed edificare, al tempo stesso, la città di Dio[15].
La giustizia deve tornare ad essere un dinamismo salvifico e morale della carità, liberandola da quella concezione giusnaturalistica, che ne ha fatto una virtù aggiuntiva, funzione di una responsabilità puramente legale e secolare.
Espressione esigente del vangelo della carità, la giustizia ne assume e riflette l'azione evangelizzatrice e redentiva[16].
Per il cristiano sottrarsi al dovere di giustizia non vuol dire solo disattendere un obbligo morale, ma smentire se stesso come cristiano. Infatti senza spirito di giustizia «non può esserci vera vita cristiana»[17].
Al contrario «praticando la giustizia, il cristiano lavora per la propria salvezza»[18]; e la Chiesa trova nella causa della giustizia la «verifica della sua fedeltà a Cristo»[19].
Paolo, dopo l'esortazione a «rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto» (Rm 13,7), a mettere in pratica i doveri di giustizia, riformulata in termini negativi: «non abbiate alcun debito con nessuno» (13,8a), avanza un'eccezione e aggiunge: «fuorché quello di amarvi l'un l'altro» (13,8b)[20].
La carità è il debito inestinguibile, correlato al diritto insopprimibile della persona, a sua volta articolato al diritto di Dio e di Cristo, da cui riceve valore creatore e redentore.
Questa configurazione della carità, come il debito sempre eccedente della giustizia, è espressione particolarmente significativa dell'immanenza della giustizia nella carità e dell'obbligatorietà della carità come di una giustizia superiore.
Infatti la carità non segue la spontaneità del sentimento, ma porta la tensione esigente del diritto di Dio e di Cristo che urge in modo ineludibile (cf 2Cor 5,14).
[1] «La giustizia è la virtù per la quale con costante e perpetua volontà si attribuisce a ciascuno il suo» (S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 58, art. 1).
[2] Cf COZZOLI M., Virtù sociali, op. cit., pp. 7‑158.
[3] «La giustizia si fonda sull'amore, da esso promana e ad esso tende» (Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in misericordia, 7, in Ench. Vat., 7, 900).
[4] Cf Ivi, 14, in Ench. Vat., 7, 937‑949
[5] Concilio ecumenico Vaticano II, Decreto sull'apostolato dei laici «Apostolicam actuositatem», 8, in Ench. Vat., 1, 946.
[6] Cf S. Tommaso, S. Th., II‑II, q. 117, art. 5.
[7] «Non si offra come dono di carità ciò che è già dovuto a titolo di giustizia» (Apostolicam actuositatem, 8, in Ench. Vat., 1, 946).
[8] Paolo VI, Discorso per la giornata dello sviluppo (Bogotá, 23 agosto 1968), in Acta Apostolicae Sedis, 198 (1968), 626‑627. I Padri, la teologia e il magistero hanno richiamato continuamente questa ineludibile esigenza di giustizia nella carità: cf PIZZORNI R., Carità e giustizia, Pontificia Università Lateranense ‑ Città Nuova, Roma 1980, pp. 193ss, COZZOLI M., Virtù sociali, op. cit., p. 69.
[9] CLEMENS R., A propos des notions de libération de la personne humaine et de société, in Revue nouvelle, 4(1946), p. 650.
[10] ROSMINI A., Filosofia del diritto, Napoli 1856, vol. I, p. 141.
[11] «Quando "giustizia" è attribuita a Dio, nell'Antico Testamento, è soprattutto l'aspetto positivo di salvezza... che è messo in risalto» (BONORA A., Giustizia, in Nuovo dizionario di teologia biblica, op. cit., p. 719). «Quando Dio è chiamato "giudice giusto" (Sal 9,9; 96,13; 98,9) si vuol esprimere non tanto una giustizia distributiva, ma piuttosto il compito regale che Dio esercita liberando i deboli, gli oppressi, i poveri» (Ivi, p. 720).
[12] Cf XXXII Congregazione generale della Compagnia di Gesù, Decreto IV, n. 29.
[13] Della novità storico‑salvifica e della mediazione teologica della giustizia ho ampiamente trattato nella voce Giustizia, in Nuovo dizionario di teologia morale, Cinisello Balsamo 1990, pp. 505‑511 e in Virtù sociali, op. cit., pp. 52‑56.
[14] Cf Giovanni Paolo II, Enciclica Dives in misericordia, 12.14, in Ench. Vat., 7, 924‑927.937‑949.
[15] Cf GS n. 39, in Ench. Vat., 1, 1440‑1441.
[16] Cf Sinodo dei vescovi, Documento su «La giustizia nel mondo» Convenientes ex universo (30 novembre 1971), in Ench. Vat., 4, 1243, cf Paolo VI, Evangelii nuntiandi, 31, in Ench. Vat., 5, 1623; Giovanni Paolo II, Redemptor hominis, 15, in Ench. Vat., 6, 1218.
[17] Apostolicam actuositatem, 4, in Ench. Vat, 1, 930
[18] Sinodo dei vescovi, Convenientes ex universo, in Ench. Vat., 4, 1287.
[19] Giovanni Paolo II, Enciclica Laborem exercens, 8, in Ench. Vat., 7, 1424.
[20] Cf HERIBAN J., L'amore è la pienezza della legge (Rm 13,10), in Amerai Dio e il prossimo tuo, op. cit., p. 174.

martedì 22 aprile 2008

La carità di Dio in noi (4)

2.2. La carità motivante di Cristo

Vivere la novità cristiana dell'amore vuol dire al tempo stesso amare con la stessa motivazione di Cristo. «Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).
L'amore di Dio in Cristo per noi è il principio fondante della carità[1]. L'amore «come» Cristo è effettivamente possibile «perché» lui ce lo ha mostrato e donato. Noi vi attingiamo non solo l'esempio normativo ma anche la forza motivazionale.
Esso non è offerto solo alla nostra attenzione contemplativa; ma ci coinvolge come destinatari e beneficiari e ci sospinge e incalza.
La carità ama in nome di Dio che in Cristo mi ama: non primariamente in nome del prossimo amato. «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).
Il cristiano non conosce l'amore sulla base di un'assiologia puramente umana o di un'antropologia razionale; ma sulla base dell'evento storico‑salvifico dell'amore di Dio in Cristo Gesù per noi.
Questo l'evento non solo rivelativo dell'amore cui siamo chiamati e della sua radicalità («dobbiamo dare la vita per i fratelli»), ma anche fondativo di questo amore («egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo...»).
Si badi bene: è fondativo non del dovere di dare la vita per lui, ma dell'obbligo di dare la vita per i fratelli. Noi amiamo i fratelli perché Dio in Cristo ci ama: «Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri» (1Cor 4,11).
La norma dell'amore fraterno deriva la sua forza obbligante dalla certezza di essere amati da Dio: «Noi abbiamo riconosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi» (1Gv 4,16).
Amore donatoci nel dono salvifico del Figlio: «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9).
Questo suscita la professione della fede: «Noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo» (1Gv 4,14).
Nel «perché» Dio in Cristo ci ha amati e ci ama c'è l'inedito della carità e della sua esigibilità. Ciò significa che, quando anche dovessero venir meno tutti i motivi umani d'amore del prossimo, tutti i supporti e gli stimoli affettivi, tutte le ragioni di relazione e di comunicazione, resta il dato incontrovertibile di essere io amato da Dio, di essere io beneficiario della carità di Cristo.
Il servo senza pietà della parabola (cf Mt 18, 23‑35), in base a una giustizia puramente umana, si sentiva persino legittimato a esigere la restituzione del prestito dal proprio debitore.
Invece doveva condonargli il debito, doveva usargli misericordia in nome della pietà di cui era stato beneficiario da parte del re‑signore: «Io ti ho condonato tutto il debito... non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» (Mt 18, 32‑33; cf 18, 23‑35).
Questo significa che l'amore di Dio per noi trova corrispondenza e reciprocità nella testimonianza dell'amore fraterno.
Noi diciamo l'amen della fede a Dio nella fedeltà con cui amiamo i fratelli. Ciò che decide del nostro rapporto con Dio è «la fede operante nella carità» (Gal 5,6)[2].
Amando il prossimo perché Dio ci ama, noi troviamo la ragione dell'amore altrui e la perfetta reciprocità nell'amore di Dio.
Le ragioni della carità e del suo radicalismo non sono né quelle della filantropia, né quelle della contrattualità legale, né quelle del sentimento emotivo: sono le ragioni della «fede nel Figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 5,20; cf Ef 5,2).
Queste ragioni, dettate dallo Spirito, donano alla libertà del cristiano la forza persuasiva della carità di Cristo, che lo rendono capace di un amore difficilmente comprensibile e motivabile da una logica puramente umana. Questa è la carità dei santi, l'amore propriamente cristiano, cui è chiamato ogni discepolo: è l'amore «come» e «perché» Cristo.
[1] SEGALLA G., Giovanni, Roma 1980, p. 374.
[2] ALFARO J., Esistenza cristiana, op. cit., p. 190.

lunedì 21 aprile 2008

La carità di Dio in noi (3)

2.1 La carità esemplare di Cristo

Vivere la novità cristiana dell'amore vuol dire innanzitutto amare «come» Cristo: egli è la norma[1].
Amare «come» Cristo è ridisegnare su di lui la virtù morele dell'amore («come io... così voi»: Gv 15,12), nel modo in cui Cristo ha modellato il suo sull'amore del Padre («come il Padre... così io»: Gv 15,9)[2].
Amare, per il cristiano, vuol dire aprirsi alla sequela e all'imitazione della carità di Cristo. Cristo è il maestro, il modello e il principio della carità.
La carità prende in Cristo la forma della proesistenza.
La proesistenza di Cristo è la libertà che si espone totalmente nell'amore. Libertà che non ripone in sé il proprio centro, ma nell'amore[3].
In Gesù la libertà coincide con la carità, così che Cristo ha il volto della carità e la carità assume i lineamenti di Cristo.
Nell'amore con cui egli ha effettivamente amato si rivela a noi la norma dell'amore.
Questo traspare dalle pagine del vangelo e dalla testimonianza dei discepoli. Rapportandosi a esse, in particolare all'evento sommamente normativo della croce, questo «come» della carità di Cristo si è venuto concretizzando nella storia.
Le espressioni della carità di Cristo, in cui essa si offre in modo normativo a noi, sono:
- l’oblatività pura dell'amore che «ha dato se stesso per me» (Gal 2,20), «per noi» (Tt 2,14; Ef 5,2), «per i nostri peccati» (Gal 1,14), «in riscatto per tutti» (1Tm 2,6; cf Mt 20,28); dell'amore che «offre la vita per le pecore» (Gv 10,15), che «è morto per tutti» (2Cor 5,14.15);
- il servizio nella kenosi dell'amore che «spogliò se stesso assumendo la condizione di servo» e «umiliò se stesso fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2,7.8);
- la mansuetudine indifesa dell'amore che «oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta» (1Pt 2,23);
- l'ampiezza sconfinata dell'«amore più grande» (Gv 15,13), dell'amore «sino alla fine» (Gv 13,1), dell'amore che «dona la vita» (Gv 15,13; 1Gv 3,16).
Se queste espressioni rappresentano le coordinate dell'«amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3,19), quasi un tentativo di tracciarne l'eccedente «ampiezza, lunghezza, altezza e profondità» (Ef 3,18), con Paolo entriamo più strettamente nella configurazione normativa della carità esemplare di Cristo, evidenziando gli atteggiamenti in cui essa si esprime nell'inno all'amore: «La carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,4‑7)[4].
Notiamo come la carità sia qui caratterizzata non in modo astratto ma dall'azione che suscita[5]. Si tratta non di attributi o espressioni di un amore in generale, ma di modi di essere di una persona.[6].
La carità che Cristo è in se stesso, nella sua testimonianza di vita è la carità che io devo praticare e che la libertà è chiamata a testimoniare.
Non si tratta per il cristiano di un'altra carità, ma della carità che ha la forma e la misura dell'amore di Cristo. «Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù» (Fil 2,5). «Rivestitevi dunque... di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza; sopportandovi a vicenda e perdonandovi scambievolmente... Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi. Al di sopra di tutto poi vi sia la carità» (Col 3,12‑14; cf Rm 12,9‑13; Fil 2,3‑4): è il dover‑essere dell'uomo nuovo in Cristo, battezzato nella sua morte e risurrezione, che ne riveste e riproduce la carità in tutti gli atteggiamenti che la esprimono (cf Col 2,12‑4,1).
La nostra libertà è la sua carità.
Non siamo, dunque, chiamati a una carità qualunque, ma alla carità di Cristo: «L'amore di Cristo ci spinge al pensiero che uno è morto per tutti... Egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risuscitato per loro» (2Cor 5,14‑15).
Nel contempo, siamo chiamati alla stessa carità di Cristo verso i fratelli: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16).
Il «come» Cristo dell'amore significa che la carità di Cristo è esemplare in tutta la sua radicalità. Non si dà una carità minimale: una carità che si accontenta, sottraendosi alla tensione oblativa, kenotica dell'amore di Cristo.
Né questa concerne soltanto taluni cristiani nella Chiesa, cioè i chiamati alla perfezione e, perciò, alla pratica dei consigli evangelici. Senza obbligo, invece, per quanti mirerebbero solo a salvarsi l'anima.
Non ci sono due carità: una ordinaria, per questi ultimi, e una straordinaria, per vocazioni speciali.
C'è una sola carità di Cristo che chiama tutti alla sua imitazione e alla sua sequela.
Chiaramente ciascuno all'interno della propria vocazione, secondo il proprio carisma, nell'adempimento del proprio ministero.
Ciò non deve lasciare spazio a sensi d'impotenza e di sfiducia, perché[7] «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 3,20). Non possiamo dimenticare che non siamo noi ad amare, ma è Cristo che dilata il nostro cuore, riempiendolo del suo amore che ci fa capaci di amare «come» lui.
Non è una prestazione umana, ma è un dono, e come tale va invocata e intensificata nella preghiera. E’ per questo che l'Apostolo «piega le ginocchia davanti al Padre» e lo prega per i suoi cristiani: «perché vi conceda, secondo i tesori della sua gloria, di irrobustirvi grandemente nell'uomo interiore grazie al suo Spirito, di ospitare il Cristo nei vostri cuori per mezzo della fede, affinché, radicati e fondati nell'amore, riusciate ad afferrare, insieme a tutti i santi, la larghezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, cioè a conoscere l'amore del Cristo che trascende ogni conoscenza e così vi riempiate della totale pienezza di Dio» (Ef 3,14‑19).
L'esigente carità del Cristo, che sorpassa ogni umana potenzialità, è possibile come dono del Padre, grazie al suo Spirito.
L'intensità della carità è data essenzialmente non dalla prassi, ma dalla preghiera e dalla fedeltà alla grazia. Se il suo spessore in noi è debole, «Dio più grande del nostro cuore» (12Gv 3,20).
La radicalità e totalità della carità di Cristo è altresì possibile per la sua crescita intensiva in noi. Essa non è una conquista una volta per sempre né un ideale impossibile, perché, c'incoraggia sant'Agostino, «la carità nasce per crescere in perfezione»[8].
Ciò che conta allora non è poter dire: io sono perfetto nella carità, ma «io cammino nella carità» (Ef 5,1), ossia io sono in una libertà d'amore di Cristo.
Questa libertà dice insieme fedeltà e conversione permanente alla carità di Cristo che, per la sua grandezza, mi si presenterà sempre come raggiunta e ancora da raggiungere.
La carità «come» Cristo è una disponibilità rinnovata a coglierne e tradurne l'appello, nei modi realmente e quotidianamente possibili.
[1] MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amato, op. cit., p. 160.
[2] WARNACH V., Amore, op. cit., p. 54.
[3] SCHURLANN H., cit. in BORDONI M., La dimensione della carità, op. cit., p. 86.
[4] Per un approccio analitico cf VANNI U., Un inno all'amore che è anche una via (1Cor 13), in Amerai Dio e il prossimo, op. cit., pp. 186‑193.
[5] Cf La Bibbia di Gerusalemme, Bologna 1974, p. 2472.
[6] PENNA R., Solo l'amore non avrà mai fine, op. cit., p. 29.
[7] ROTTER H., Amore, in Dizionario li etica cristiana, op. cit., p. 40.
[8] S. Agostino, Tractatus in epistolam Joannis ad Parthos, 5, 4; PL 35, 2014.

domenica 20 aprile 2008

La carità di Dio in noi (2)

1.3 Carità è comunione

Riflesso dell'amore dello Spirito Santo, la carità è comunione. Lo Spirito è la comunione che procede dall’amore che si dona del Padre e l’amore che accoglie del Figlio. Egli è l'amore donato dal Padre e ricevuto dal Figlio e che li unisce nella reciprocità e comunità del «noi» trinitario. Nello Spirito l'amore è comunione cioè vincolo di eterna unità.
Il cristiano, partecipe per il dono dello Spirito all'amore trinitaria, ne riflette la dinamica di comunione[1].
L'uomo amando entra nel dinamismo di donare e ricevere. Donazione e accoglienza sono tutt'uno nella carità e creano relazione di reciprocità, aprono, cioè, la libertà in quella comunione significata dal donare e ricevere[2].
Immagine dello Spirito Santo, la carità riflette la reciprocità dell'amante e dell'amato nell'unità dell'amore. Ne segue che nel cristiano la carità donante del Padre e accogliente del Figlio diviene carità comunione dello Spirito.
Si tratta dell’apertura dell'«io» al «tu» nel «noi» dell'amore[3].
La carità dello Spirito spezza, nel cristiano, ogni chiusura narcisistica e apre l'intersoggettività alla socialità.
Nella comunione e nella comunità dell'amore donato e accolto, la persona realizza se stessa. L'amore di comunione è, poi, il più personalizzante, perché non è fusione annientatrice delle individualità personali, ma comunione che integra le differenze.
Immagine dell'amore trinitario, la carità apre la libertà del cristiano alla donazione del Padre, all'accoglienza del Figlio e alla comunione dello Spirito Santo, liberandolo dall'egoismo, dall'orgoglio e dalla divisione del peccato.
La carità contesta l'orgoglio della propria libertà centrata su di sé, che si chiude nell'indifferenza e nella sfiducia. La comunione di carità libera dalla divisione provocata dal rifiuto egoistico e orgoglioso di amare, per il quale l'incomunicabilità, la conflittualità e la dispersione condizionano le relazioni umane.
Il peccato contro la carità è il rifiuto di donare, di accogliere, di comunicare. Rifiuto di amare a Dio, rifiuto di amare l'uomo e, insieme, a Dio rifiuto interessato e diffidente dell'altro.
Ogni peccato contro l'amore dell'uomo è peccato contro Dio, perché una sola è la carità con cui amiamo Dio e l'uomo, e teologale è tutta la carità nel suo duplice indirizzo.

2. Amore «come» e «perché» Cristo

La carità che riproduce l'amore delle divine persone attinge la forma dalla vita proesistente di Cristo Gesù. «Non dalla nostra esperienza lasciata a se stessa comprendiamo che cosa sia il vero amore, ma dalla memoria di Gesù »[4].
L'amare non è esclusivo del cristiano. Ogni amore vero riflette, però, l'amore divino, ne porta le tracce.
L'amore cristiano vero è quello modellato su Cristo[5].
Egli è il testimone della carità di Dio. A lui il cristiano attinge lo specifico cristiano dell'amore. In lui il comandamento antico, ricevuto fin dal principio, diventa nuovo (cf 1Gv 2,7‑8). Antico è il comandamento dell'amore di Dio (cf Dt 6,5) come dell'amore del prossimo (cf Lv 19,18). Gesù li unisce nell'unico comandamento della carità.
In Gesù questo comandamento diventa nuovo, perché espressione dell'amore di Dio che irrompe nella sua persona permeando i nostri amori. «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri; come e perché io vi ho amato così amatevi voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
Il nuovo e lo specifico cristiano dell'amore consiste nel come e nel perché della carità di Cristo[6].
Ho già notato che l'avverbio greco katòs significa sia l’esemplarità («come»), che la motivazione («perché»)[7].
L'amore in cui Gesù fa consistere il comandamento, è il punto terminale di un dinamismo che discende dall'amore (cf Gv 15,9‑17) che proviene da Dio (v. 9), si concentra su di lui (vv. 9.12) e si diffonde tra noi (vv. 12.17).
L'imperativo «amatevi gli uni gli altri» (vv. 12.17) scaturisce da un indicativo esemplare e fondante che lo precede: «come e perché il Padre ha amato me» (v. 9), «come e perché io ho amato voi» (vv. 9.12).
La carità ha in noi la forma e l'esigenza dell'amore di Dio e di Cristo.
L’esemplarità di Cristo, che modella e motiva la carità cristiana, riempie di amore di Dio e di Cristo il nostro amore fraterno.
In realtà, praticare l'amore fraterno come e perché Cristo è attuare tutta la carità.
Nella lettera agli Efesini Paolo deriva dalla carità esemplare di Cristo la fedeltà dell'amore, che compendia tutta la carità con la quale il cristiano deve operare: «camminate nella carità, come e perché Cristo vi ha amato, e ha dato se stesso a Dio in sacrificio di soave odore» (Ef 5,2).
[1] FORTE B., Trinità come storia, op. cit., p. 176.
[2] Cf NEDONCELLE M., La réciprocité des consciences, Parigi 1942.
[3] DUQUOC C., Un Dio diverso, op. cit., p. 117.
[4] MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amato, op. cit., p. 161.
[5] Giovanni Paolo II, Enciclica Redemptor hominis, 9, in Ench. Vat., 6, 1193.
[6] Cf ALFARO J., Esistenza cristiana, op. cit., p. 191.
[7] Cf MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amato, op. cit., p. 161; WARNACH V., Amore, in Dizionario teologico, op. cit., vol. I, p. 54; ALFARO J., Esistenza cristiana, op. cit., p. 191; SCHLIER H., Per la vita cristiana, op. cit., pp. 87‑88.

venerdì 18 aprile 2008

La carità di Dio in noi

Introduzione

La virtù teologale della carità è una e indivisibile.
Analizzando il dato biblico, nella varietà delle sue espressioni, si può constatare che «nella teologia biblica sulla carità è secondario distinguere gli oggetti, ciò che conta è possedere l'amore, partecipazione dell'amore di Dio per noi[1].
Che il mio amore sia rivolto a Dio o all'uomo, si tratta sempre dell’azione dell'unica carità teologale. Questo spiega come per la riflessione teologica e per il messaggio neotestamentario, fare attenzione alla carità del prossimo è fare attenzione a tutta la carità.
Se l’accento cade prevalentemente sull'amore del prossimo è perché questo c'interpella in modo più concreto rispetto all'amore di Dio.
Cerchiamo ora di analizzare la struttura della carità e coglierne la dinamica interna.
La carità di Dio è la nostra carità. Infatti la carità di Dio in noi abilita la libertà del cristiano ad amare. Essa è in noi la partecipazione all'amore donante, accogliente e comunionale della Trinità. Amore rivelato dalla carità di Cristo.

1. La carità icona dell’amore trinitario

Il cristiano, immagine di Dio, che è carità, e partecipe della carità trinitaria, riflette la dinamica strutturale della Trinità. La carità cristiana è «l'aspetto creato della carità divina»[2]. Essa «impianta in noi, in certo modo, lo stesso amore trinitario, o meglio trasferisce noi in esso. Quando amiamo qualcuno, noi vi entriamo in una comunicazione simile a quella del Figlio col Padre o del Padre e del Figlio con lo Spirito»[3].
Il cristiano impara, pertanto, alla Trinità quella carità che è chiamato a testimoniare con la vita. Impara la dinamica dell’amore espressa dalle divine persone nel loro reciproco relazionarsi come Padre, Figlio e Spirito Santo.

1.1. Carità è donazione

Riflesso dell'amore di Dio, la carità è dono. Nel Padre, infatti, la carità è amore che si dona in modo radicale. Il Padre si dona generando il Figlio e creando e salvando l'uomo.
Il cristiano, immagine di Dio e destinatario del suo amore, è reso capace dell’amore donante del Padre.
Il donare è atto di uscita da sé per andare verso l'altro. E’ l'«io» che incontra attivamente il «tu». E’ il movimento del dare, ossia dell'«io» che si dona totalmente
Tuttavia posso coprire di beni l'altro senza amarlo davvero come posso non avere nulla da dargli e amarlo intensamente. Una presenza, un sorriso, una parola, un'azione paziente di accompagnamento, un incoraggiamento sono ben poca cosa sul piano dell'avere, però esplicitano un modo di essere, che riproduce fedelmente l'atto creatore e redentore di Dio.
La carità del cristiano partecipa donando della creatività dell'amore divino. Amare una persona è dirgli: è bene che tu esista[4].
E’ acconsentire all'amore creatore di Dio[5].
Si capisce, allora, come sono vere le seguenti espressioni: «Ho bisogno di te per essere me stesso. Amandomi, tu mi dai a me stesso: tu mi permetti di essere».
«Per una persona l'essere amata significa precisamente esistere»[6].
Ogni volta che mi dono all'altro, dandogli qualcosa di me gli comunico un po’ della mia vita, perché egli viva. «Sono per l’altro un Padre "dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra trae nome" (Ef 3,15)»[7].
Il cristiano, dono di Dio, si fa dono agli altri[8].

Caratteristiche del dono.
1. In amore l'iniziativa e sempre di Dio. Dio ama sempre per primo (cf 1Gv 4,19). L'alleanza, espressione dell'amore con cui Dio si offre come salvezza, è dono preveniente ed elettivo di Dio ed è immeritato da parte dell'uomo.
2. il dono è sempre caratterizzato dalla gratuità e dalla benignità. Queste due caratteristiche sono poste particolarmente in luce dalla parabola della pecorella smarrita. Esse esprimono il totale disinteresse, la piena libertà, l'intenzione esclusiva del bene dell'amato nel dono: «Dio... dona a tutti generosamente e senza rinfacciare» (Gc 1,5), perché il suo amore è soltanto grazia. Ancora «Buono è il Signore verso tutti» (Sal 145,9).
3. La misericordia: è l’amore che si china sulle miserie umane; è il dono che ristabilisce l'uomo nell'integrità perduta e che in presenza della miseria morale, il peccato, si fa perdono.
4. Dio ha il volto paterno della misericordia. Nella coscienza dell'israelita egli è «Dio misericordioso e pietoso, lento all'ira e ricco di grazia..., che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato» (Es 34,6‑7). Nella testimonianza di Gesù è il Padre del figlio prodigo (cf Lc 15,11‑32).
Nella predicazione apostolica è il «Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione» (2Cor 1,3; cfr. Gc 5,11), il quale «per il grande amore con cui ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo» (Ef 2,4‑5)[9].
5. L'amore di Dio è universale e l'indefettibile. Non fa discriminazioni di sorta, né viene mai meno. Egli è il Padre che «fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt 5,45), il cui amore è per sempre (cf Ger 31,3): «la sua grazia dura sempre» (1Cor 16,34; Sal 106,1); «eterna è la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione» (Sal 100,5; cf Sal 136; 118,1‑4).
La carità del cristiano deve essere perfetta come quella di Dio: «Siate voi dunque perfetti, esorta Gesù, com'è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). Il cristiano diventa Perfetto come il Padre, con l’essere fedele al suo amore.
Il suo amore in noi e per noi significa dono d'amore per lui e, in lui, verso i figli.
Un dono che riproduce i tratti essenziali dell’amore di Dio: «amate..., fate del bene, prestate senza aspettare niente in cambio... e sarete figli dell'Altissimo» (Lc 6,35); «amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste» (Mt 5,44‑45); «siate misericordiosi, com'è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6,36).

1.2 Carità è accoglienza

Riflesso dell'amore filiale di Cristo, la carità è accoglienza. Il Figlio è il «Tu» che eternamente accoglie il dono d'amore del Padre. In lui l'amore è ricettivo, cioè filiale.
Il cristiano, figlio per conformazione ontologica al Figlio Gesù, è, in rapporto al Padre, nella stessa relazione ricettiva del Figlio[10].
Carità è lasciarsi amare da Dio che è Padre.
Amare è consentire l’amore all'amante [11]. Nell'amore «io sono» perché «tu sei». Amare è ricevere. Si esce dalla solitudine e dall'indigenza, per vivere nella gratitudine[12].
1. La carità è ricettiva prima di tutto in relazione a Dio, da cui tutto riceviamo: «Per grazia di Dio sono quello che sono» (1Cor 15,10). Il rifiuto dell’uomo di aprirsi all'accoglienza della grazia è orgoglio, perché si sente bisognoso solo di se stesso e ripone la propria salvezza solo nei propri mezzi o nei propri meriti.

2. La carità è altresì ricettiva in relazione a ogni uomo.
Essa è una esigenza della dinamica intrinseca alla carità, che è movimento di dono e accoglienza. Una carità che presumesse dare soltanto, chiudendosi a ogni ricettività, non sarebbe vera carità. Finirebbe:
- o nell'attivismo caritativo incapace di riconoscere e comprendere l'altro, incurante di questi come persona;
- o in quel «fare la carità», cioè l'altro diviene pretesto per azioni meritorie, motivo di autogiustificazione.
Un amore incapace o indisponibile all'accoglienza dell'altro e del suo amore, cioè che non dà all’altro la possibilità di donare, è un atteggiamento che separa e allontana; che pone chi dona in attitudine paternalistica o in posizione di superiorità, mortificante nei confronti di chi riceve[13].
Accogliere l'altro nella carità è farne un amante, quale che sia la sua condizione sul piano dell'avere. Non esiste, infatti, un essere amato incapace di amare a sua volta. La carità è sempre un avvenimento reciproco, perché l'amore crea sempre amore.
Si stabilisce così quella circolarità di donazione, nella quale consiste la crescita e la creatività della carità.
La carità conferisce a colui che riceve l'incomparabile dignità di Figlio di Dio, che riceve eternamente se stesso dal Padre fino a essergli eguale in tutto[14]. Accogliere nell'amore è riflettere l'immagine del Figlio. Ne consegue che anche, come Cristo, siamo in relazione accogliente del Padre e del suo amore e dei fratelli e del loro amore.
In Cristo la carità eternamente accogliente del Padre si è fatta storia che accoglie gli uomini. Cristo ha vissuto l'apertura al Padre e al suo amore come universale apertura a tutti gli uomini, a cominciare dagli ultimi, dagli emarginati, dagli esclusi, dai peccatori. Amarli ha significato accoglierli, chiamarli all'amore, donare loro la libertà di amare.
In quanto accolto da Cristo, l’uomo è in relazione accogliente di amore con Dio e con tutti i figli di Dio. L’amore di Dio in lui si perfezione (cf 1Gv 4,12), in ragione diretta del nostro riconoscerlo e accoglierlo nei fratelli, nel più povero, piccolo e bisognoso.
Per cui accogliere il fratello, il più piccolo, è accogliere Cristo e in lui Dio[15]: «Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me non accoglie me, ma colui che mi ha mandato» (Mc 9,37). Parimenti è detto dei discepoli che annunciano Cristo: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato» (Mt 10,40).
[1] SPICQ C., L'agape', op. cit., p. 132.
[2] GILLEMANN G., Il primato della carità, op. cit., p. 171.
[3] Ivi, p. 170.
[4] Cf PIEPER J., Sull'amore, Brescia 1974, pp. 42‑48.50‑54. «L'amore è per eccellenza ciò che fa essere» (BLONDEL M., Exigences philosophiques du christianisme, Univ. de France, Parigi 1950, p. 241).
[5] PIEPER J., Sull'amore, op. cit., pp. 47‑48.
[6] Ivi, P 53
[7] LOCHET L., Charité fraternelle, op. cit., p. 122.
[8] FORTE B., Trinità come storia, op. cit., p. 175.
[9] Sulla gratuità, la benignità e la misericordia cf COZZOLI M., Virtù sociali, in Koinonia, op. cit., pp. 90‑93.83‑85.95‑102.
[10] FORTE B., Trinità come storia, op. cit., p. 175.
[11] «Habita (in diloctione) et inhabitaberis, mane et manebitur in te: abita nell'amore e sarai abitato, rimani e si manterrà in te» (S. Agostino, Tractatus in epistolam Joannis ad Parthos 7, 10; PL 35, 2034). L'abitare e il rimanere «sono ben più un dono che un'opera propria. L'attivo nella vita si trasforma nel passivo. Ciò che l'amante fa lo riceve come dono» (WELTE B., Dialettica dell'amore, Brescia 1986, p. 21).
[12] FORTE B., Trinità come storia, op cit., pp. 175‑176.
[13] MARCEL G., Homo viator, Parigi 1945, pp. 66‑67.
[14] Cf LOCHET L., Charité fraternelle, op. cit., p. 123.
[15] Se Cristo s'identifica con i fratelli in condizione di dipendenza e indigenza è perché «egli è eternamente in Dio Colui che riceve tutto dal Padre» (Ivi).

mercoledì 16 aprile 2008

Santa Bernardetta Soubirous (1844-1879)

Quando, l'11 febbraio del 1858, la Vergine apparve per la prima volta a Bernardette presso la rupe di Massabielle, sui Pirenei francesi, questa aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844. A lei, povera e analfabeta, ma dedita con il cuore al Rosario, appare più volte la «Signora». Nell'apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela il suo nome: «Io sono l'Immacolata Concezione». Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, ma questo Bernadette non poteva saperlo. La lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, dopo un'accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous decide di rifugiarsi dalla fama a Saint-Gildard, casa madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. Ci rimarrà 13 anni. Costretta a letto da asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio, all'età di 35 anni, Bernadette si spegne il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua.

martedì 15 aprile 2008

L'eroe di Molokai: Beato Damiano De Veuster

I coniugi fiamminghi De Veuster hanno otto figli, da cui escono due suore e due preti dei “Sacri Cuori di Gesù e Maria”, detti anche “Società del Picpus”, dalla via di Parigi dove è nata la congregazione. Giuseppe, penultimo degli otto, è destinato ad aiutare il padre, ma a 19 anni entra anche lui al Picpus prendendo il nome di fratel Damiano. Nell’istituto c’è anche suo fratello Pamphile: ordinato prete nel 1863, Pamphile non va in missione perché malato, e allora Damiano ottiene di partire al posto del fratello, anche se non è ancora stato ordinato sacerdote. Destinazione della missione: le Isole Sandwich, così chiamate dal loro scopritore James Cook nel 1778 in onore di Lord Sandwich, capo della Marina inglese. Sono un arcipelago indipendente sotto una monarchia locale, e più tardi si chiameranno Isole Hawaii. Damiano le raggiunge dopo 138 giorni di navigazione, da Brema a Honolulu. Completa gli studi, diventa sacerdote nel 1864 e lavora nell’isola principale, Hawaii. Istruisce la gente nella fede e insegna ad allevare montoni e maiali, come pure a coltivare la terra. Il divario culturale crea ostacoli duri, la solitudine a volte gli pare insopportabile. Ma è solo un primo collaudo. Nel 1873 il suo vescovo cerca preti volontari per l’isola lazzaretto di Molokai, dove il governo confina tutti i malati di lebbra, togliendoli alle famiglie: si offrono in quattro, per turni di 34 settimane, e tra loro c’è padre Damiano, che va per primo a Molokai e vi resterà per sempre (tranne un breve soggiorno a Honolulu). Ci deve restare, perché il governo teme il contagio e gli proibisce di lasciare l’isola con i suoi 780800 malati ad alta mortalità: 183 decessi nei primi otto mesi. Ma "tanti ne seppelliamo, altrettanti ne manda il governo". Ora fuma la pipa per difesa contro l’insopportabile odore di carne in disfacimento, che a volte lo fa svenire in chiesa. A Molokai è prete, medico e padre: cura le anime, lava le piaghe, distribuisce medicine, stimola il senso di dignità dei malati, che si organizzano, lavorano la terra, creano orfanotrofi: opera loro, orgoglio loro. Nel 1885, ecco la scoperta: anche lui è stato contagiato dalla lebbra. Ed è solo, aspettando a lungo un altro prete per confessarsi, fino all’arrivo del padre belga Conrardy, pochi mesi prima della morte. Sopporta incomprensioni, ma è capace di dire: "Sono tranquillo e rassegnato, e anche più felice in questo mio mondo". Fino all’ultimo aiuta gli studi sulla lebbra, sperimentando su di sé nuovi farmaci. Muore dopo un mese di letto, e mille malati di lebbra lo seppelliscono ai piedi di un albero. Nel 1936 il suo corpo verrà riportato in Belgio, a Lovanio. Giovanni Paolo II lo beatificherà a Bruxelles nel 1995, completando l’iter iniziato da Paolo VI nel 1967, su richiesta di 33 mila lebbrosi.

lunedì 14 aprile 2008

Quinta meditazione

2.3 Dall'amore per Dio l'amore per i figli di Dio

Abbiamo visto come per Giovanni l'amore effettivo per l'uomo è prova del nostro amore per Dio (Gv 4,12). La formula ricorrente nella Prima lettera di Giovanni, «da questo conosciamo che...», serve a indicare un criterio esteriore: l'amore fraterno, per conoscere una realtà trascendente e invisibile: l'amore di Dio.
La carità fraterna è, così, via alla carità di Dio!
Per il cristiano che si rapporta a Dio e vive nella comunione d'amore con lui, questo amore è criterio dell'amore del prossimo: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti» (1Gv 5,2).[1].
Il movimento è discendente: centro sorgivo e veritativo è «la comunione col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo» (1Gv 1,3).
E’ questa la condizione e la coscienza nuova dell'uomo «nato da Dio» (1Gv 5,1)[2].
«Dalla comunione con Dio, sgorga spontaneamente la carità verso tutti i figli di Dio, dato che "l'amore è da Dio" (1Gv 4,7)»[3].
Il cristiano, che vive in questa prospettiva, non ha bisogno di prove ulteriori, di appellarsi alle esperienze dal basso: egli ha per la fede «la testimonianza di Dio stesso» (1Gv 5,10). «E la testimonianza è questa: Dio ci ha dato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio» (1Gv 5,11).
E’ questo il senso della teologia di Giovanni (cf 1Gv 5,2)![4].

2.4 L'indivisa carità di Cristo e in Cristo

Un solo amore per Dio e per i figli: quello di Cristo, che ama il Padre nell'autodonazione a noi e ama noi come offerta sacrificale al Padre.
Gesù è il testimone della carità cui anche noi siamo chiamati: «Camminate nella carità nel modo che anche Cristo vi ha amato e ha dato se stesso per noi offrendosi a Dio in sacrificio» (Ef 5,2).
Gesù è fedele al Padre nel compiendo la sua volontà. La fedeltà all'uomo è l'espressione dell'amore di Gesù al Padre[5]. Camminare nella carità «nel modo» di Cristo è vivere l'amore per il prossimo come offerta sacrificale a Dio.
Una sola carità in Cristo, perché egli è il centro della nostra carità[6].
La carità ci spinge ad amare Cristo, oggetto unico della carità, dal momento che Cristo è capo della creazione (cf Col 1,16‑17; Ef 1,10; 2,22; 1Cor 15,24‑28; Eb 2,8) e tutti gli uomini sono relazionati a lui (cf Rm 5,17‑18), e più ancora è capo della Chiesa (cf Col 1,18; Ef 1,22; 5,23), nella quale ha unito a sé i redenti come le membra al capo in uno stesso corpo (cf Ef 1,23; 3,30; 1Cor 12,12; Rm 12,4‑5).
Amare Cristo è amare il Cristo totale: capo e membra. Amando il capo non posso non amare le membra e viceversa[7].
Compaginati a Cristo, come le membra di uno stesso corpo con il capo, quando noi amiamo è Cristo che ama ed è Cristo ad essere amato[8].
Cristo è insieme soggetto e oggetto di un medesimo amore: amante e amato. In me ama Cristo e Cristo è amato da me. Una sola carità, dunque, perché la carità di Cristo in me è comunque amore di Cristo.
[1] DE LA POTTERIE I., L'amore di Dio, op. cit., p. 205.
[2] DE LA POTTERIE I., Ivi, p. 231; cf Ivi, pp. 195‑216.
[3] Ivi, pp. 212‑213.
[4] Ivi, p. 213; cf Ivi, pp. 202‑213.
[5] CF ALFARO J., Esistenza cristiana, op. cit., pp. 187‑188.
[6] LOCHET L., Charité fraternelle, op. cit., p. 128.
[7] Cf S. Agostino, In epistolam Joannis ad Parthos, X, 3; PL 35, 2053‑2062; cf Ivi, X 3; PL 35, 2055‑2056).
[8] Ivi, X, 3; PL 35, 2055.

domenica 13 aprile 2008

Quarta meditazione

2.2. Non si da amore per Dio a prescindere dall'uomo

E' anche vero che non si dà amore per Dio senza amore per l'uomo. Non è in discussione l'atto di amore verso Dio, quasi che questo passi attraverso le opere di carità verso il prossimo, a discapito dell'amore di Dio e delle espressioni e dei momenti in cui esso prende corpo[1].
Abbiamo già evidenziato come la carità di Dio in noi susciti primariamente il nostro amore per Dio. Ma non senza l'amore per il prossimo. L'amore per Dio, lungo tutto il messaggio neotestamentario, passa imprescindibilmente attraverso l'amore per il prossimo.
Già l'esiguo numero di testi sull'amore per Dio in tale messaggio[2], rispetto ai numerosi richiami all'amore per il prossimo, è indice di come non possa questi essere ricercato indipendentemente dall'amore dell'uomo.
Nell'annuncio di Gesù e nella predicazione apostolica sono evidenti i riferimenti di gran lunga prevalenti all'amore del prossimo e l'insistenza sulla inseparabilità dell'amore per Dio dall'amore per gli uomini.
Questa inseparabile connessione fa sì che l'amore del prossimo sua una conseguenza dell'amore di Dio.
A. Anzitutto una relazione di conseguenza: «Questo è il comandamento che abbiamo ricevuto da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratello» (1Gv 4,21). L'imperativo segue l'indicativo della paternità di Dio e della figliolanza dell'uomo, che suscita l'amore filiale per il Padre e di conseguenza l'amore fraterno: «Chi ama colui che ha generato ama anche chi da lui è stato generato» (1Gv 5,1).
Si tratta di una implicazione intrinseca alla logica dell'amore: l'amore per il Padre deve esse seguito dall'amore per i fratelli.
La paternità di Dio suscita l'osservanza del suo comandamento. «In questo consiste l'amore di Dio, nell'osservare i suoi comandamenti» (1Gv 5,3; cf 2Gv 6). Ora, «questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato» (1Gv 3,23).
La predicazione di Giovanni, riflette il kerigma di Gesù, fa scaturire l'amore tra i discepoli dall'amore per lui, amato come Dio e Signore: «se mi amate, dice Gesù, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14,15); «chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14,21); oppure «questo è il mio comandamento: che vi amiate reciprocamente» (Gv 15,12; cf 13,34; 15,17).
L'amore per Gesù suscita nei discepoli l'amore vicendevole che diventa espressione di fedeltà alla sua volontà.
L'amore vicendevole non è soltanto conseguenza dell’esigenza irrinunciabile dell'amore per Dio, ma il criterio di verità. Un amore per Dio e per Gesù Cristo, incurante dei fratelli, rischia il verbalismo di chi dice «Signore, Signore!», ma non adempie la sua volontà (cf Mt 7,21), o anche il cultualismo di chi presume presentare la propria offerta a Dio senza prima riconciliarsi col proprio fratello (cf Mt 5, 23‑24).
L'amore fraterno è il comandamento primordiale (cf 1Gv 2,7; 3,11), in cui l'amore per Dio si fa visibile: «Se uno dicesse: "Io amo Dio" e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio ami anche il suo fratello» (1Gv 4, 20‑21).
La verità del nostro essere cristiano è data dall’amore per Dio e per Gesù Cristo reso autentico dall'amore per il prossimo: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 10,34). Ne consegue che la verità della fede, che configura il cristiano, è data dalla sua operosità nell'amore del prossimo (cf Gal 5,6), concretamente dimostrata da opere di carità (cf Gc 2,14‑26), perché «la fede senza le opere è morta» (Gc 2,26).
Per Giovanni la vita cristiana si riassume nell'imperativo «rimanete in me» (Gv 15,4.5.6), «rimanete nel mio amore» (Gv 15,9). Il «rimanere» è l’indicativo di un rapporto di comunione, di una relazione con Cristo, realizzabile solo con l'osservanza dei suoi comandamenti: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore» (Gv 15,10), e «il mio comandamento è questo: che vi amiate reciprocamente» (Gv 15,12).
«L'imperativo "rimanete in me" si risolve nell'imperativo "amatevi reciprocamente" »[3].
Giovanni, poi, assume a modello la carità di Cristo: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli. Ma se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l'amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua ma coi fatti e nella verità.
Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri» (1Gv 3,16‑19).
L'amore per il prossimo, in cui si riassume il comandamento di Dio, non solo non sopprime l'amore per Dio, ma gli dà credibilità, sottraendolo ad un falso misticismo: «Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l'amore di lui è perfetto in noi» (1Gv 4,12).
L’amore di Dio, che raggiunge la perfezione nell'amore fraterno, è l'amore che viene da Dio e suscita in noi l'amore per lui e per i fratelli[4].
«Immagine e riflesso di Dio» (1Cor 11,7; cf Gn 1,27) e «conforme all'immagine del Figlio suo» (Rm 8,29; cf Col 3,10), il fratello mi mostra il volto invisibile di Dio e di Cristo. Per questo l’amore di Dio si fa visibile e credibile nell'amore per i fratelli[5].
Cristo si fa prossimo a noi nell'indigenza del fratello che c'interpella: «Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli l'avete fatto a me» (cf Mt 25, 34‑40).
Donare al fratello è donare a Cristo![6].
L'inseparabile connessione dell'amore del prossimo con l'amore di Dio raggiunge qui la sua massima espressione[7].
Quando Giovanni fa dell'amore del prossimo il comandamento nuovo (cf Gv 15,12; 13,34; 1Gv 2,8; 2Gv 4‑6) e Paolo riassume in esso tutta la morale (cf Rm 13,8.10; Gal 5,14), non è perché il prossimo sovrasta e soppianta Dio, ma perché nel prossimo si ama Dio[8].
Afferma Rahner: «è vero in senso radicale, cioè per una necessità ontologica, non soltanto "morale" o "psicologica", che chi non ama il fratello che "vede", non può amare nemmeno Dio che non vede, e uno può amare Dio che non vede soltanto amando intensamente il fratello che vede»[9].
La carità dà un'impronta teologale a tutte le nostre disposizioni relazionali. Si pensi, per esempio, all'atteggiamento dei ricchi stigmatizzato dal vangelo come durezza, alterigia e disprezzo nei confronti del prossimo e orgoglio nei confronti di Dio.
Al contrario la povertà, «che è anzitutto uno stato d'indigenza e di dipendenza nei riguardi degli altri, diventa progressivamente atteggiamento dell'uomo davanti a Dio,... un'apertura ai suoi doni che legano definitivamente l'uomo a Dio»[10].
L’amore per il fratello non è altro che un amore riconoscente all'amore con cui Dio ama l’umanità.
La carità è: amore di Dio in me, che ritorna a Dio nell'amore del fratello.
L’amore per Dio che ignora o esclude il fratello è come il talento della parabola (cf Mt 25, 14‑30), ricevuto e riconsegnato senza frutto, senza gratitudine. Un amore per Dio che fruttifica in opere di carità è invece amore grato e gradito a Dio: «Adorazione del Padre in spirito e verità» (Gv 4,23).
[1] RAHNER K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 395).
[2] Cf PENNA R., Solo l'amore non avrà mai fine. Una lettura di 1Cor 13 nella sua pluralità di senso, in La carità. Teologia e pastorale alla luce di Dio‑Agape op. cit., p. 30; DE LA POTTERIE I., L'amore per Dio‑Padre fonte dell'amore per i figli di Dio, in Amerai Dio e il prossimo tuo, op. cit., pp. 197‑198).
[3] MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amato, op. cit., p 165.
[4] Cf PRETE B., Lettere di Giovanni, op. cit., p. 87.
[5] RAHNSR K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 393).
[6] Cf LOCHET L., Charité fraternelle et vie trinitaire, in Nouvelle Revue Théologique 88(1956), pp. 116‑120.
[7] RAHNER K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 408; cf anche pp. 405‑410).
[8] S. Agostino, De Trinitate, VIII, 7 10, PL 42, 957).
[9] RAHNER K., Unità dell'amore..., op. cit., p. 410.
[10] Cf LOCHET L., Charité fraternelle, op. cit., p. 119, PIGNA A., Carità, in Dizionario enciclopedico di spiritualità, Roma 1990, vol. I, p. 439.