giovedì 10 aprile 2008

La carità del cristiano

Introduzione

La carità trinitaria è fondamento morale della carità del cristiano. La carità, essenza della vita divina e costitutivo dell'essere cristiano, illumina la coscienza e muove la libertà perché si realizzi nella carità. La carità è la legge del dover‑essere della coscienza e della libertà cristiana.
La carità è la norma nuova, superiore e unifica di tutta la legge, e la virtù che deve plasmare e dirigere la libertà cristiana. «Camminate nella carità nel modo che anche Cristo vi ha amato» (Ef 5,1): è l'imperativo morale che consegue all'indicativo dell'essere nella carità di Dio.
Per Giovanni è il «comandamento nuovo» (Gv 13,34; 1Gv 2,8), espressione della novità di vita iniziata dal Signore. Si tratta di un comandamento-compito, non di un precetto: è infatti designato col termine entolé, che esprime un'esigenza di rivelazione e di grazia, che dà significato l’intera esistenza cristiana. A differenza del termine nomos, che indica una legge che prescrive l’agire esterno[1].
La carità è la fedeltà morale dell'essere nell’amore: l’agire nella carità di Dio che è in noi.

1. La carità è da Dio

La carità non è l'amore semplicemente umano: un affetto, una benevolenza, una filantropia, una solidarietà... acquisita o prodotta dall'uomo. Non è pura espressione ed esigenza di convivenza, comunicazione e socialità umana.
Dio, che è carità, rende partecipe l'uomo all'essere divino. «Dio è carità» (1Gv 4,8.16): questa è l'essenza e il centro sorgivo di tutto. Pertanto «la carità è da Dio» (1Gv 4,7): il cristiano non ama con il suo amore, ma con l'amore stesso di Dio di cui è partecipe. La carità di Dio in noi è dono.
Due sono i «luoghi» in cui la carità di Dio si offre all'uomo e questi ne diviene partecipe: la croce e il battesimo, espressioni rispettivamente della missione del Figlio e dello Spirito.

1.1. La carità donata sulla croce

Anzitutto la croce: «Dio dimostra il suo amore per noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8). La croce è la sintesi e il culmine della missione d’amore di Cristo: rivelazione donante dell'amore di Dio. «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16; cf 1Gv 4,10; Rm 8,32).
Il dono del Figlio, il prediletto, è l'espressione massima e anche ultima e definitiva della carità del Padre. Nella vita pro‑esistente di Cristo si fa effettivamente presente l'amore redentore di Dio. Gesù Cristo è l'amore incarnato che penetra nel mondo dell'uomo come nuovo germe di vita: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza» (Gv 10,10).
Il suo chinarsi su tutte le miserie umane, fisiche e morali, è l'espressione categoriale, nei vangeli, di quest'amore di Dio che si fa presente e operante nella sua persona. L'insegnamento che accompagna l'azione di carità del Cristo è la rivelazione del volto amorevole di Dio, come quello del Pastore in cerca della pecora perduta (Mt 18,12‑24; Lc 15,4‑7), del Padre che si fa incontro al figlio prodigo (Lc 15,11‑32), che colma dei suoi benefici buoni e cattivi, giusti e ingiusti (Mt 5,45) e si preoccupa amorevolmente dei suoi figli (Mt 6,28‑34; Lc 12,27‑31).
Questo volto amorevole del Padre si fa visibile nell'umanità di Gesù, il Figlio dato per amore (cf Gv 3,16): «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18; cf 12,45). Nel cuore di Cristo batte il cuore di Dio: l'amore accogliente e obbediente del Figlio è la trascrizione storica e percettibile dell'amore sorgivo e donante del Padre[2].
«Come il Padre ha amato me, cosi anch'io ho amato voi» (Gv 15,9): l'amore con cui il Padre ha amato il Figlio è l'amore donato dal Figlio a noi. Quest'amore prende forma in tutta l'esistenza di Cristo per noi:
- nell'incarnazione: «spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7);
- nella missione: «passò beneficando e sanando tutti» (At 10,38);
- nella croce: «li amò fino alla fine» (Gv 13,1).
«In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui» (1Gv 4,9): il Figlio donato per la nostra vita è il tutto della carità di Dio. Il dono della vita in ubbidienza al Padre per noi è il tutto della carità testimoniante del Figlio: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
L'espressione più alta della carità è l'amore che si perde per l'amato: l'amore che non solo dona, ma che si fa dono. Gesù vive la sua morte come dono della vita.
Si tratta della rivelazione massima dell'amore: «Il Figlio di Dio ci ha amato... fino alla consumazione (Gv 13,1) raggiunta sulla croce, allorché Gesù esclamò: "E’ consumato" (Gv 19,30): la vita donata per amore è giunta al compimento perfetto, all'espressione suprema»[3].
E' l'amore più grande: amore reale e forte come la morte (cf Ct 8,6)!
Contemplando la croce del Figlio di Dio fatto uomo, ogni cristiano deve ridire con l'ammirazione di Giovanni: «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi» (1Gv 3,16); e con l'emozione di Paolo: «Egli mi ha amato e ha dato se stesso per me» (Gal 2,20)[4].
Raccontando la memoria di Gesù, il cristiano conosce l'amore e impara ad amare. Alla sua croce attinge l'inedito della carità: lo specifico cristiano dell'amore. Per questa fede «è in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità» della carità (cf Ef 3, 17‑18), non altrimenti deducibile, perché è l’amore «che sorpassa ogni conoscenza» (Ef 3,19), possibile solo come rivelazione e grazia. Esso prende forma nelle note caratterizzanti la carità della croce[5].
Anzitutto la totalità, come assenza d'ogni riserva, già messa in luce dal «fino alla fine», «sino alla consumazione» dell'Amore crocifisso.
In secondo luogo l'oblatività, quale amore pienamente gratuito sia nella sua origine (perché non motivato da nessun obbligo, né costretto da alcuna necessità: non avendo l'uomo da far valere alcun merito o diritto davanti a Dio), sia nella sua finalità (non essendo sollecitato da interesse o vantaggio alcuno).
La carità della croce è benevolenza pura: amore puramente donante (dell'amante) e immeritato (dall'amato). L'Apostolo lo mette in evidenza a chiare lettere: «A stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio ha dimostrato il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,7‑8).
La totale gratuità del dono è anzitutto il perdono con cui i peccatori sono riconciliati nell'amore.
Con l'oblatività sta l'eccedenza della carità della croce, la cui grandezza sopravanza ogni bisogno umano. E’ amore non ritagliato sulle indigenze e necessità dell'uomo, ma sull'inaudita e incalcolabile generosità di Dio (cf 1Cor 2,9): sulla «straordinaria ricchezza della sua grazia» (Ef 2,7), che ci «è stata data in Cristo Gesù, perché in lui colmati di tutte le ricchezze» (1Cor 1, 4‑5; cf 2Cor 8,9).
L’amore del cristiano e della chiesa attinge forma e misura a questa sovrabbondanza della carità della croce, non a un ordine morale razionale, né ad un impulso soggettivo, né ad un progetto socio‑politico.
Altra nota riflessa dal Crocifisso è la pubblicità e trasparenza della carità. Gesù muore, dona la vita per amore, al cospetto del mondo. Luca e Giovanni evidenziano questo svolgimento pubblico, davanti a tutti, dello «spettacolo» della croce (cf Lc 33, 38‑39) cui «volgeranno lo sguardo» gli uomini di tutti i tempi (cf Gv 19,37).
«Non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa» (Mt 5, 14‑15).
L'amore più umile, silenzioso e pudico è il più aperto, luminoso e avvincente. E’ l'amore elevato sulla croce: segno trasparente e attraente della carità di Dio: «Quando sarò elevato da terra attirerò tutti a me» (Gv 12,32).
Rileviamo da ultimo la concretezza e la missionarietà della carità manifestatasi sulla croce. In essa si compie l'incarnazione, il «per noi uomini e per la nostra salvezza»[6] della kenosi dell'Amore.
Nel «corpo dato» e nel «sangue versato» «per voi» (Lc 22,19‑20), il dono dell'amore raggiunge il limite ultimo di realizzazione: il suo farsi gesto e storia nel mondo esprime tutta la sua forza penetrativa e diffusiva (cf Gv 12,32).
L'amore più fedele a Dio, immolato in offerta sacrificale a Dio, è il più reale e aderente all'uomo. Questa concretezza sconcertante e disarmante della croce costituisce la sua forza missionaria: il «per noi» che rivela è il «per noi» coinvolgente e diffusivo della carità. E' un «per noi» che travalica tutti i confini, che rompe tutti i circoli chiusi, che raggiunge tutti gli uomini e coinvolge tutti i rapporti, perché ha l'ampiezza dell'universale carità di Dio.
La carità che irradia dalla croce di Cristo è la verità convincente del vangelo, che i cristiani e la Chiesa sono chiamati a riprodurre e testimoniare nel mondo.
[1] MAGGIONI B., Amatevi come io vi ho amati, op. cit., p. 159.
[2] «Il Padre è la realtà invisibile del Figlio, come il Figlio è la realtà visibile del Padre» (S. Ireneo, Adversus haereses IV, 6, 6; PG 7, 989).
[3] PANIMOLLE S.A., Così Dio ha amato il mondo, in Dio è amore (Parola Spirito e Vita 10), Bologna 1984, p. 146.
[4] SPICQ C., Charité et liberté selon le Nouveau Testament, Parigi 1964, p. 45.
[5] Cf Conferenza Episcopale Italiana, Evangelizzazione e testimonianza della carità. Orientamenti pastorali per gli anni '90 (8 dicembre 1990), 21‑24.
[6] Simbolo costantinopolitano, in DS 150.

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